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10 – San Giuseppe nelle devozioni

TEOLOGIA E DEVOZIONE DEVONO                                           RISPECCHIARSI

Legnanino, + 1713

Stefano Maria Legnanino, + 1713, Museo Civico, Novara

 

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T. STRAMARE, San Giuseppe. Dignità, Privilegi, Devozioni, Editrice Shalom, Camerata Picena (AN) 2008.

Questa pubblicazione è una “Summa Josephina”, ossia un compendio che considera san Giuseppe sotto tre aspetti.

Quello della “dignità”, che gli proviene dalla “missione” svolta nel mistero dell’Incarnazione e della Redenzione attraverso il servizio della “paternità”.

Quello dei “privilegi”, derivanti dalla dignità eccelsa di essere “padre” di Gesù e “sposo” di Maria.

Quello, infine, della devozione, che il popolo di Dio gli manifesta e tributa sotto svariate forme.

E’ un percorso affascinante, che arricchisce la teologia, la spiritualità e la devozione.

 

PIE PRATICHE

Vasco Nasorri, Ceramica,                  Parrocchia di S. Giuseppe all’Aurelio (Roma)

 

Un cappuccino italiano, Giovanni da Fano (+ 1539), al suo De Arte Unione (1536) unì in appendice un pio esercizio intitolato “Li septe pater nostri de san Joseph”, facendone autore lo stesso san Giuseppe, il quale,  dopo aver salvato due monaci naufragati sulle coste della Fiandra, li avrebbe esortati a recitare ogni giorno  sette Pater e Ave in memoria dei suoi dolori.

V.Lopez (+1850), Valencia

V. Lopez (+1850),                   Valencia

La devozione sembra modellata sulla corrispondente devozione all’Addolorata, allora assai in voga. Ai sette dolori vennero presto aggiunte le sette allegrezze. La pratica dei Sette dolori e sette allegrezze di san Giuseppe, approvata dai Sommi Pontefici, è molto diffusa. La formula è attribuita al beato Gennaro Sarnelli (+ 1744), uno dei primi religiosi di sant’Alfonso.

Alla fine del sec. XV troviamo inserita nell’opera di Giovanni Mombaer (+1501), Rosarum hortulus, una Coroncina in onore di san Giuseppe. Più sviluppato è il Rosarium de sancto Joseph di Giovanni Trithemius (+ 1516): è composto di cinque decine di “articoli” (enunciazioni di un aspetto della vita di Giuseppe, seguite dalla preghiera Ave, Ioseph nazarene), conclusi da un Pater noster e altre appropriate invocazioni.

Le prime Litanie di san Giuseppe finora conosciute furono pubblicate a Roma nel 1597 da Jerónimo Gracián de la Madre de Dios; mentre l’edizione spagnola conteneva 49 invocazioni, quella italiana ne conteneva 21. Nel sec. XVII si diffusero in gran numero e con molte varietà.

B. E. Murillo (+1618), Museo delle Belle Arti, Budapest

Risale al 1850, per opera di un cappuccino bavarese, una Coroncina (o Rosario) di san Giuseppe, composta di sessanta grani e di una speciale preghiera (Ave, Ioseph), nella quale vengono inseriti i misteri della vita del Santo. Tra le numerose formule dell’Ave, Joseph proponiamo la seguente:

“Ave, o Giuseppe, uomo giusto. Dio ti ha scelto come sposo di Maria e Gesù ti ha onorato con il nome di padre. O custode del Redentore e Patrono della Chiesa universale, proteggi le nostre famiglie e assistici nell’ora della morte. Amen”. 

Il Cingolo (o Cordone) di san Giuseppe è dovuto a una religiosa agostiniana di Anversa (Belgio), che nel 1659 era stata guarita dall’imposizione di un cordone benedetto in onore del Santo. Per tale devozione, conosciuta nel 1842 a Verona, venne canonicamente eretta in detta città una confraternita con sede nella chiesa di San Nicolò.

Verso il 1700 il Convento svizzero di Einsiedeln diffuse oggetti di devozione – anelli di san Giuseppe e rosari – per ottenere la protezione contro l’impurità, la stregoneria e l’epilessia. Uno speciale olio ottenuto dai gigli di san Giuseppe doveva servire come farmaco domestico contro le malattie della pelle.

Probabilmente è legata alla spiritualità del P. Bartolomeu do Quental, fondatore degli Oratoriani in Portogallo, colà stabilitisi nel 1668, la propagazione nel secolo successivo di una devozione speciale verso la Trinità creata, sia sotto i simboli dei cuori di Gesù, Maria e Giuseppe, sia sotto quello della Fuga in Egitto. Tale festa era molto popolare a Porto e il papa Benedetto XIV aveva permesso agli Oratoriani, nel 1754, di celebrarla solennemente la IV domenica di aprile. Roma condannò, nel 1879 e nel 1893, la rappresentazione artistica dei tre cuori uniti (medaglie, immagini, pitture e sculture).

Jesus Maria Joseph

Jesus Maria Joseph

La devozione ai Santissimi Cuori dei Sovrani Signori Gesù, Maria e Giuseppe è testimoniata dal 1733, con un santuario a Porto (Portogallo) e una Confraternita a Ouro Preto (Brasile), esistente nel 1785. A Siviglia (Spagna) una Confraternita professava nel 1744 la Schiavitù del Sacro Cuore del gloriosissimo Signore San Giuseppe. La devozione al Cuore di san Giuseppe si diffonde nel Messico nel 1747. Una Pia Unione del purissimo Cuore di San Giuseppe fu promossa dal P. Michele Bocco O.M.V., nel 1846, e si diffuse in Italia, Francia, Austria, Germania e Birmania, raggiungendo 30.000 iscritti. Il culto del Cuore di san Giuseppe non conservò, tuttavia, il favore della Chiesa, che lo disapprovò nel 1873.

Lo Scapolare di san Giuseppe, nato come devozione privata a Lons-le-Saulnier, diocesi di Saint-Claude (Francia), per opera di una religiosa terziaria francescana, fu diffuso per merito dei PP. Cappuccini e approvato alla Santa Sede l’8 aprile 1893. I PP. Cappuccini avevano ottenuto, nel 1865, l’approvazione della formula per benedire e imporre lo Scapolare della B.V.M., San Giuseppe e San Camillo. Chi desidera lo “Scapolare di San Giuseppe” può rivolgersi a: A.R.R.P.I, email: info@itapiranga.net

Le Messe di Santa Teresa consistono in sette Messe solenni in onore di san Giuseppe da celebrarsi, una al mese, dal 19 aprile fino al 15 ottobre, festa di santa Teresa.

Leone XIII alcune volte, nel 1883, benedisse un Agnus Dei che rappresentava san Giuseppe con un giglio nella mano destra e il bambino Gesù sul braccio sinistro, e aveva l’iscrizione:

S. Josephus.ecclesiae.cath.patronus.leoXIII p.m.

Nell’arcidiocesi della Città di Messico venivano benedette, nel 1785, per la festa di san Giuseppe delle candele per ottenere la liberazione dai fulmini e dalle tempeste. Nel 1903 fu approvata per le regioni messicane la formula di benedizione dell’acqua di san Giuseppe; nello stesso anno la S.R.C. concedeva la facoltà ordinaria di benedire in onore di san Giuseppe candele, cingoli, anelli e medaglie. L’olio di San Giuseppe è in uso presso l’Oratorio di San Giuseppe, a Montréal.

Anonimo, sec. XVIII, Scuola del Cuzco, coll. Barbosa-Stern, Lima (Perù)

Altre pratiche sono: il Culto perpetuo, iniziato a Milano nel 1854, che consiste nel dedicare a san Giuseppe un giorno ogni anno ovvero ogni mese (fu approvato da Pio IX con  rescritto del 20 gennaio 1856); la Corte a San Giuseppe e alla Sacra Famiglia, ossia la visita mensile ad un’immagine del Santo o delle tre auguste Persone che formano la Trinità della terra; la Corona perpetua di San Giuseppe, ossia la recita in un’ora determinata di un “Padre nostro” e sette “Ave, Maria”, con un “Gloria” a onore di un dolore e allegrezza del santo Patriarca. Inoltre: il Sacro manto, nove mercoledì prima della festa di san Giuseppe, il primo mercoledì di ogni mese, le sette domeniche di san Giuseppe (approvate da Gregorio XVI il 22 gennaio 1836), la Novena perpetua, diciannove mercoledì consecutivi e i sette o i quindici mercoledì precedenti la festa di san Giuseppe, le Tre Corone, il Duodenario, il Piccolo Ufficio di san Giuseppe, i Cinque Salmi dei Nomi SS. di Gesù, Giuseppe e Maria, il Rosario del Devoto di san Giuseppe (ideato da Mons. Lodovico Raffaelli e approvato dall’arciv. di Modena il 15 settembre 1885), le Coroncine a Maria SS. e a san Giuseppe.

Juan Antonio de Frias Escalante, +1669, San Giuseppe col Bambino

Juan Antonio de Frias Escalante, +1669, San Giuseppe col Bambino

I PP. Carmelitani introducono a Liegi (Belgio) con l’approvazione del Vescovo, nel 1675, il pio esercizio dei sette giorni sette mercoledì consecutivi nei quali si onorano i sette principali privilegi di san Giuseppe, ossia: la sua predestinazione a sposo di Maria e a padre nutrizio di Gesù, le particolari grazie che ne conseguirono, la dignità di padre di Gesù, la dignità di sposo di Maria, le grazie e i favori che ricevette per il compimento del suo ministero, la gloria che ne deriva, la sua protezione verso tutti i cristiani.

Il gesuita Antonio Natali (+1701) suggerisce due pratiche per il mercoledì. La prima consiste nel recitare la prima strofa dell’inno Caelitum Joseph con un “Pater, Ave” ripetuti sette volte. La seconda pratica, che si rifà a santa Gertrude, è detta corona sanctae conversationis (familiarità) Jesu, Mariae et Joseph, e consiste nel ripetere ai tre personaggi degli atti di fede, speranza, amore, stima, gaudio, adorazione, lode, ringraziamento, offerta e desiderio. Questi dieci atti, ripetuti per tre volte, rievocano i trent’anni in cui Gesù, Maria e Giuseppe convissero in santa familiarità.

La prima novena indulgenziata (Clemente XI) in preparazione alla festa di San Giuseppe fu tenuta, nel 1713, a Roma nella chiesa di Sant’Ignazio.

Tempi particolari dedicati al Santo sono il mese di marzo e tutti i mercoledì. La pratica del mese di san Giuseppe, già sollecitata nel 1860 da Mons. A.P.Borgniet, Vicario apostolico di Nanchino (Cina),  fu approvata e indulgenziata da Pio IX (27 aprile 1865) e da Pio XI (21 novembre 1933); Pio IX il 4 febbraio 1877 permetteva di iniziare il mese di san Giuseppe il 16 o 17 febbraio. Nel 1802 fu stampato a Venezia ad usum di una Confraternita della parrocchia di Sant’Agostino, in Modena, Il mese del Giglio, ossia il mese di giugno consacrato a San Giuseppe; tuttavia, il libro che ebbe più edizioni in diverse lingue fu quello di Giuseppe Marconi: Il Mese di marzo consacrato al glorioso patriarca San Giuseppe (Roma 1810).

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P. Dalle Ceste (+1974), Transito di S. Giuseppe, Santuario, Imperia Porto Maurizio

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I DOLORI E LE ALLEGREZZE DI SAN GIUSEPPE

I sette Dolori e Allegrezze

I sette Dolori e Allegrezze

Tra le pratiche di pietà in onore di san Giuseppe una particolare attenzione merita quella dei Dolori e allegrezze di san Giuseppe sia per la sua antichità e sia per la sua diffusione.

Come già accennato all’inizio, essa risale a Giovanni da Fano (+1539), un italiano membro del nuovo ramo dei Cappuccini, il quale nel suo libro De arte unione (1536) aveva aggiunto come appendice il pio esercizio intitolato Li septe pater nostri de san Joseph, facendone autore lo stesso san Giuseppe.

Mentre egli si limita ai sette dolori, in seguito vennero aggiunte le sette allegrezze, come troviamo nel racconto riportato dal carmelitano Jerónimo  Gracián nel suo libro Sumario de las excelencias del glorioso San José esposo de la Virgen María(1597),  qui tradotto: “Fra Giovanni di Fano, nella sua storia di san Giuseppe racconta che due padri dell’Ordine di san Francesco navigavano verso le Fiandre e che la nave nella quale si trovavano affondò con trecento persone. I due si abbracciarono a una tavola; sballottati tra le onde del mare tre giorni e tre  notti, si raccomandarono al glorioso san Giuseppe, del quale erano particolarmente devoti. Il terzo giorno egli apparve tra di loro sulla stessa tavola in figura di un bellissimo giovane. Li salutò affabilmente, confortò i loro animi sfiduciati e aumentò la forza delle loro affaticate membra così che sani e salvi giunsero alla salvezza.  Come i buoni frati si videro a terra, piegate le loro ginocchia ringraziarono Dio per tanto beneficio e supplicarono insistentemente il giovane che li aveva accompagnati di dir loro il suo nome. Egli dichiarò di essere san Giuseppe e rivelò loro i sette grandi dolori e le sette allegrezze ricevuti nei sette misteri verso i quali si ha tanta devozione; promise di aiutare e favorire in tutte le sue necessità chiunque recitasse ogni giorno, in memoria di questi misteri, sette Padre nostro e sette Ave Maria. Questa devozione è praticata da molti in Italia, principalmente tra i Padri Cappuccini” (Libro V, cap. 4).

Da allora lo stesso racconto lo ritroviamo riportato in numerose pubblicazioni con  amplificazioni, che si prefiggono di promuovere la diffusione della pia pratica e anche la sua efficacia, elevandola al livello di “grande promessa”.

La devozione sembra modellata sulla corrispondente devozione all’Addolorata, allora assai in voga. Essa, tuttavia, bilancia i dolori con le allegrezze, che certamente non sono mancate nella vita di san Giuseppe,  presentato come “giovane” nel racconto di Giovanni da Fano. Il pregio della devozione, che ne ha garantito il successo e la durata, consiste nel fatto di essere imperniata sui “misteri” della vita nascosta di Gesù. Scopo dichiarato della sua proposta è proprio quello di essere “in memoria di questi misteri”, nei quali san Giuseppe è stato direttamente coinvolto, insieme con Maria, tanto da esserne “il ministro”. Giovanni Paolo II lo ha sottolineato nella sua Esortazione apostolica Il custode del Redentore. Non a caso lo stesso Pontefice, ristrutturando il Santo Rosario, ha ricordato l’importanza dei “misteri” della vita di Cristo, che sono il fondamento  e la finalità della devozione stessa. Lo tengano presente i pastori d’anime, illustrando debitamente i misteri della vita nascosta di Gesù, che vanno dall’Incarnazione fino al battesimo di Giovanni. Mentre nel Santo Rosario tali misteri sono meditati tenendo conto del ruolo in essi avuto da Maria, nel nostro pio esercizio viene considerato il ruolo di Giuseppe. Entrambi i modelli di “servizio” hanno, comunque, come unico e comune punto di riferimento lo stesso Gesù.

Anonimo, sec. XVIII,                     coll. Barbosa-Stern, Lima (Perù)

La Chiesa ha dimostrato di apprezzare questa impostazione, onorando la nostra preghiera con numerose indulgenze, a cominciare da quelle concesse da Pio VII, il 9 dicembre 1819. E’ da osservare che anche il pio esercizio delle Sette domenichein onore di san Giuseppe è da mettere in relazione ai suoi sette dolori e allegrezze (Gregorio XVI, 22 gennaio 1836).

 

Il testo ufficiale e completo dei Dolori e allegrezze di san Giuseppe si può trovare nell’Enchiridion Indulgentiarum (Poliglotta, Vaticano, 2 ed. 1952, pp. 341-345). Da ricordare che Pio IX con un decreto Urbis et Orbis (23 settembre 1846) ne aveva approvato una forma più breve a beneficio degli ammalati.

 

 

 

Beato Angelico (+1455), Sposalizio della Vergine, Museo di S. Marco, Firenze

 

IL MERCOLEDI’, IL GIORNO DI SAN GIUSEPPE

Il mercoledì, il giorno di san Giuseppe è il titolo di un opuscolo, in francese, di p. Roland Gauthier (Montréal 1999), che descrive questo giorno dedicato ad onorare san Giuseppe. Partendo dal fatto che da molto tempo il sabato è consacrato alla Madonna e il mercoledì a san Giuseppe, p. Gauthier si pone due domande: da quando esistono queste pratiche di devozione; per quale motivo sono state istituite? Nella risposta egli parte dal “ciclo liturgico ebdomadario, o ancora dalle “messe della settimana”, tenuto conto che i cristiani, fin dal secondo secolo, celebravano la domenica, in riferimento alla Pasqua, e due ferie ad essa collegate, la quarta e la sesta, ossia il mercoledì e il venerdì giorni della cattura e dell’uccisione di Gesù. Mercoledì e venerdì furono presto considerati giorni di digiuno o anche di Stazione. Quando più tardi, a cominciare dal monaco anglosassone Alcuino (+804), i singoli giorni della settimana  vennero collegati con un mistero della salvezza, con una virtù o un santo, il mercoledì compare abbinato con l’umiltà, la grazia dello Spirito Santo, gli angeli, san Pietro, sant’Ilario.

J. Schnorr von Carolsfeld, 1828, Museum Kunst Palast, Duesseldorf

J. Schnorr von Carolsfeld, 1828,             Museum Kunst Palast, Duesseldorf

Prima del secolo XVII il nome di san Giuseppe non è legato alle messe settimanali; lo stesso Messale romano, pubblicato da Pio V nel 1570, assegna a san Giuseppe il 19 marzo, giorno della sua festa, e agli apostoli la messa votiva del mercoledì. A cominciare dal celebre predicatore J. Eck (1486-1543), che assegnava il sabato alla glorificazione congiunta “della vergine Madre, Anna e Giuseppe”, nella prima metà del secolo XVII si consolida tale linea. Nel 1639, il gesuita Paul de Barry scriveva nel suo libro classico sulla devozione a san Giuseppe: “Destinare un giorno la settimana per onorare in modo particolarissimo san Giuseppe; il sabato sembra il più indicato di tutti, affinché egli sia servito congiuntamente con la sua Sposa lo stesso giorno”. Questa idea si trova diffusa in molti paesi grazie alle numerose traduzioni del libro.

San Giuseppe col Bambino in trono,      Scuola del Cusco (1700-1740), coll. privata

Va notato, tuttavia, che nello stesso periodo, la prima metà del secolo XVII, si faceva strada in diversi paesi anche un’altra corrente di pensiero, che proponeva il mercoledì. Perché? Il p. Gauthier riconosce che “nessuno ne ha mai dato una spiegazione chiara e precisa”. Egli ne documenta, tuttavia, la presenza, concludendo che “questa tendenza verso il mercoledì è continuata dopo il 1650, e si può perfino sostenere che è diventata la più corrente”.

Dopo aver elencato 23 fatti favorevoli al mercoledì, lo stesso Autore sottolinea che “non bisogna credere che l’altra opinione favorevole al sabato sia scomparsa durante la seconda metà del XVII secolo”, sostenuta com’era  dalla valida ragione di “non separare nelle nostre preghiere gli sposi di Nazaret”. Egli cita la testimonianza del gesuita Jean-Pierre Médaille (1610-1669), fondatore verso il 1650 delle Suore di san Giuseppe di Puy, e quelle di un altro gesuita, Jean Nadasi (1657), e del cappuccino Charles d’Abbeville, il quale raccomandava alle persone sposate di vivere felicemente e santamente il loro stato: “Il sabato mi sembra il giorno della settimana più adatto di tutti per onorare san Giuseppe, affinché egli sia servito nello stesso giorno congiuntamente alla sua sposa, la santissima Vergine” (1658).

A motivo della sua larga diffusione anche in altre lingue, va ricordato in modo particolare il florilegio di preghiere e di meditazioni (1860) del gesuita Guglielmo Nakatenus.

Alla fine del secolo XVII prevale comunque il mercoledì con un crescendo continuo nei secoli XIX e XX. A conferma, il p. Gauthier cita i principali atti di Papi e di Congregazioni romane favorevoli al mercoledì. Innocenzo XII  accordava, nel 1695,  delle indulgenze ai membri della confraternita di san Giuseppe che, il mercoledì, avessero visitato la chiesa dei Carmelitani scalzi, a Bruxelles. P. Ludovico Sileo, minore conventuale, introduce a Napoli (1736-37) la devozione dei sette mercoledì in preparazione alla festa di marzo. Benedetto XIV concedeva, nel 1745, ai Carmelitani scalzi della provincia di Catalogna di celebrare una messa votiva solenne di san Giuseppe tutti i mercoledì dell’anno; nel 1772, Clemente XIV autorizzava i medesimi a celebrare una seconda messa votiva solenne ogni mercoledì, secondo le  esigenze dei fedeli. Indulgenze furono concesse all’Ordine dei Carmelitani da Clemente XIII (nel 1762 e anni successivi) per una novena di mercoledì in preparazione alla festa di san Giuseppe. Probabilmente il primo a promuovere la Novena in onore di san Giuseppe è stato il beato Bonaventura di Potenza (+1711), conventuale. Pio VII, nel 1819,  concedeva un’indulgenza per tutti i mercoledì dell’anno a chi recitava in quel giorno i dolori e le gioie di san Giuseppe. Con un indulto generale del 5 luglio 1883, Leone XIII attribuiva a ogni giorno della settimana un tema particolare, ratificando il mercoledì come il giorno di san Giuseppe in tutta la Chiesa, con messa votiva corrispondente; la stessa condotta fu mantenuta dalla Congregazione dei Riti con un decreto del 3 giugno 1892. Con il Motu proprio del 25 luglio 1920, in occasione del 50° anniversario della proclamazione di san Giuseppe come patrono della Chiesa universale, Benedetto XV richiamava l’importanza “di tutti i mercoledì e dei giorni del mese che gli è consacrato”.

Il nuovo Messale romano, pubblicato per la prima volta in latino nel 1970, contiene parecchie messe votive, compresa quella in onore di san Giuseppe. Anche se nessuna di esse è messa in relazione con un giorno determinato della settimana, si deve riconoscere che, dopo più di due secoli, per un buon numero di cattolici il mercoledì rimane il giorno consacrato a san Giuseppe.

J. Andolinez, Museo delle Belle Arti, Budapest

José  Antolinez,  + 1676, Museo delle Belle Arti, Budapest

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Mercoledì particolaripreghiere

Cominciamo da Antoine de la Mère de Dieu (+1662), carmelitano scalzo della regione di Avignone, che tratta “dei quindici mercoledì, che è il giorno della settimana dedicato a questo grande santo” (1645-1646), facendo loro corrispondere una meditazione sui misteri dolorosi e gioiosi di san Giuseppe.

Glorificazione di S. Giuseppe,                 fine sec. XVII, Cusco

Segue il carmelitano belga Ignace de Saint-François (+1688), che nel 1676 propone la devozione dei sette mercoledì “in onore dei sette principali privilegi e prerogative di san Giuseppe”, pratica promossa tre anni dopo anche dal teatino italiano Pietro Gaetano Orioles: Divozione da farsi dai devoti del glorioso patriarca S. Giuseppe nei sette mercoledì prima e dopo la sua festa” (1679). Detta pratica è già molto diffusa all’inizio del secolo XVIII. A Napoli  fa parte della preparazione solenne alla festa del 19 marzo. Essa trova un forte impulso nella guarigione miracolosa di Maria Teresa Nicoli, religiosa di Malamocco (diocesi di Chioggia), avvenuta il 17 giugno 1711, ricorrendo proprio ai sette mercoledì dedicati a san Giuseppe. A favore dei sette mercoledì in preparazione alla festa di san Giuseppe troviamo il carmelitano R.M. Bavaro (1724)  e sant’Alfonso de Liguori, che nel 1758 pubblicò a tale scopo un libro di meditazioni.Piacnza Immaginetta

Una visitandina di Marsilia, Madre Marie-Marguerite de Valbelle (1645-1709), consigliava alla sua comunità la pratica del primo mercoledì del mese, con lo scopo di ottenere la caritatevole assistenza del santo Patriarca negli ultimi istanti della vita e la grazia di morire  tra le sue braccia. Il 1° aprile 1921, Benedetto XV accordava un’indulgenza plenaria ai fedeli che avessero compiuto degli esercizi di devozione verso san Giuseppe in tale giorno.

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Dipinto all’ingresso della casa, Calle de Padilla, 32 – Madrid (Spagna). Ecco la traduzione dell’”Ave, Joseph”: “Dio ti salvi, o Giuseppe, pieno di grazia dello Spirito Santo, il Signore è con te; tu sei benedetto tra tutti gli uomini, come la tua Sposa è benedetta tra le donne, perché Gesù, frutto benedetto del ventre verginale di nostra Signora la Vergine Maria, fu ritenuto per tuo Figlio. Prega per noi, vergine e Padre di Cristo, perché colui che in questa vita volle essere suddito, per i tuoi meriti ci sia propizio ora e nell’ora della nostra morte. Amen”.

 

IL MESE DI SAN GIUSEPPE

Tutti sanno che il mese di marzo è dedicato a san Giuseppe, allo stesso modo che il mese di maggio è dedicato alla Madonna e il mese di giugno al Sacro Cuore.

Le origini di questa devozione sono legate a piccoli impulsi provenienti da alcune pubblicazioni che evidentemente avevano incontrato il favore dei fedeli, desiderosi di conoscere e di onorare san Giuseppe soprattutto in preparazione alla sua festa del 19 marzo, che rimane il punto di riferimento.

Nel 1802, veniva stampato, a Venezia, ad uso di una Confraternita  della parrocchia di Sant’Agostino, in Modena, Il mese del Giglio, ossia il mese di giugno consacrato a san Giuseppe. Strano il mese prescelto, meno strano il titolo, l’avvio comunque di una pia pratica che si è consolidata nel tempo e che ha superato ormai i duecento anni. E’ stato Giuseppe Marconi a pubblicare a Roma, nel 1810, Il mese di marzo consecrato al glorioso patriarca S. Giuseppe sposo di Maria Vergine per ottenere il suo patrocinio in vita e in morte, edizione che ebbe successo anche in altre lingue e si impose come titolo e mese. San Gaspare Bertoni ne era entusiasta, tanto che, nel 1844, ne curò un’edizione, a Verona, ristampata in fotocopia dai Padri Stimmatini nel 1990. Scrive un suo biografo: “Egli prese tosto a leggere ed a gustar quelle sante meditazioni, e praticarne gli atti di quelle virtù, che per ogni dì vengono proposte, e ne continuò fedelmente l’esercizio e l’affetto fino all’ultimo dei suoi anni. Né il fece solo per sé; ma ne commendava e celebrava altamente come santa ed utilissima la pratica a tutte le persone da lui dirette o dipendenti”. Tra queste, la sua figlia spirituale Leopoldina Naudet, alla quale il Bertoni attribuiva il merito della diffusione della pia pratica in Italia.

F. Paglia (+1713),                         Pontevico (Brescia)

La pratica del Mese di san Giuseppe fu in seguito approvata e indulgenziata. Il 12 giugno 1855, Pio IX fa esplicito riferimento al libro, stampato a Roma,  Considerazioni delle virtù del santo patriarca  Giuseppe a dedicargli il mese di marzo.  Il 27 aprile 1865, “affinché aumenti sempre più la devozione verso tanto celeste patrono e quel metodo di preghiera si propaghi più facilmente e più ampiamente”, estende le indulgenze a tutti i fedeli “purché pratichino un esercizio di preghiere e virtù per tutto il mese di marzo sul modello di quelle solite a farsi nel mese di maggio in onore della B.V.M.”. Lo stesso Pio IX, il 4 febbraio 1877, permetteva di iniziare il mese di san Giuseppe il 16 o 17 febbraio, in modo da concluderlo il 19 marzo, “giorno in cui si celebra in tutta la Chiesa la festa del glorioso Patriarca”. Leone XIII, nell’Enciclica Quamquam pluries (15 agosto 1889), dopo aver ordinato che in tutto il mese di ottobre si aggiungesse nella recita del Rosario la preghiera A te, o beato Giuseppe, proseguiva: “In qualche luogo, inoltre, è invalsa la lodevole e salutare consuetudine di  dedicare il mese di Marzo all’onore del santo Patriarca con esercizi quotidiani di pietà.

Gloria di S. Giuseppe,                     Basilica “San José de Flores”,  Buenos Aires (Argentina)

Dove non si possa  facilmente stabilire questa pratica, è almeno desiderabile che prima del giorno della sua festa si faccia nella chiesa principale dei singoli luoghi un triduo di preghiere”. Il 25 luglio 1920, in occasione del cinquantenario della proclamazione di san Giuseppe patrono della Chiesa universale, Benedetto XV nel Motu proprio Bonum sane esortava tutti i vescovi a implorare l’aiuto di san Giuseppe e aggiungeva: “Poiché parecchi sono i modi approvati da questa Sede Apostolica, con cui si può venerare il santo Patriarca, specialmente in tutti i mercoledì dell’anno e nell’intero mese a lui proprio, noi vogliamo che, ad istanza di ciascun vescovo, tutte queste devozioni, per quanto si può, siano in ogni diocesi praticate”. Lo ricordava, infine, Giovanni XXIII nell’udienza generale del 28 febbraio 1962: “Siamo alla vigilia dell’inizio del mese di marzo: e questo mese è dedicato, in modo particolare, alla devozione verso il grande S. Giuseppe, custode purissimo di Maria Santissima e padre putativo del Redentore… Ora siccome tutti i fedeli  più volte vengono invitati ad accompagnare con preci ferventi la preparazione e quindi lo svolgimento del Concilio, affinché abbondanti siano i suoi risultati di vita e di salutare rinnovamento, ecco un’occasione propizia per seguire con assiduità e devozione la pia pratica del mese di Marzo in onore di S. Giuseppe”.Distribuzione grazie

I devoti di san Giuseppe sanno che Giovanni Paolo II ha inserito nel contesto delle grandi encicliche sulla “Redenzione” l’Esortazione apostolica Il Custode del Redentore, facendo così chiaramente intendere che san Giuseppe è ben altro che una “pia” presenza all’interno di una “devozione popolare”. Egli ha avuto nel mistero dell’incarnazione e della redenzione il ruolo di “servire direttamente la persona  e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tale modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della redenzione ed è veramente ‘ministro della salvezza’” (n.8).

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Reynard Levieux, + 1699, Cattedrale di Saint-Vincent

Reynard Levieux, + 1699, Cattedrale di Saint-Vincent

Poiché il mese di marzo si presenta come una buona occasione per conoscere la “teologia di san Giuseppe”, l’Editrice Shalom ha stampato il libro Il Mese di Marzo dedicato a san Giuseppe, nel quale giorno dopo giorno viene sviluppata la “parte” che san Giuseppe ha avuto nei misteri della vita nascosta di Gesù come “sposo” di Maria e “padre” di Gesù. Il matrimonio e la paternità non sono oggi i temi più discussi e urgenti? Come non cogliere, allora, questa occasione per conoscere bene questi temi dottrinali e pastorali alla luce di un personaggio che vi è stato coinvolto fino all’inverosimile?

Al termine di ogni riflessione, il libro riporta anche una “testimonianza”, che corrisponde alla piacevole consuetudine dell’“esempio”, seguita da un “fioretto” e da una “giaculatoria”, ricavati per intero dalla Sacra Scrittura.  Poiché pietà e dottrina si incontrano,  fedeli e pastori non resteranno delusi.

G. Lamponi, 1930-1940, quadro popolare

 

LA DEVOZIONE AL CUORE DI SAN GIUSEPPE

La devozione al “Cuore di san Giuseppe” ha occupato nel passato un posto di rilievo nella pietà giuseppina.

Anonimo, sec. XVIII,                  Museo Pedro de Osma, Lima (Perù)

L’argomento stesso, oggi non più trattato e conseguentemente poco e mal conosciuto,  è quasi adombrato da un certo sospetto e diffidenza. D’altra parte, la presentazione di questa devozione è piuttosto difficile, perché essa ha avuto come oggetto sia il “cuore di san Giuseppe”  considerato da solo, sia la sua unione ai cuori di Gesù e Maria; è stata vissuta, infine, anche nella forma della “schiavitù”. Queste espressioni di devozione si sono susseguite e mescolate a tal punto da non consentirci di distinguerle chiaramente, così come succede per le devozioni analoghe dei cuori di Gesù e Maria, delle quali seguono le vicissitudini. Ne segue che la descrizione “separata”, che qui ne faccio, è piuttosto artificiale, a scopo di chiarezza.

Difesa contro il potere delle tenebre

Difesa contro il potere delle tenebre

Cominciamo con la devozione al “Cuore di san Giuseppe”. Ci sono libri e preghiere, dedicati a san Giuseppe, nei quali si accenna al suo “cuore” come sede del suo amore per Gesù e Maria e come modello di tale sentimento. Si tratta di una devozione spontanea, che non ha bisogno di spiegazioni. Giovanni di Cartagena (+ 1617), ad esempio, dedica una buona parte della sua Homelia 7 a “esplorare diligentemente quanto si addicano al Santissimo Giuseppe le proprietà del cuore e quanto egregiamente egli abbia prestato a Gesù i servizi del suo cuore”. Dopo aver considerato la S. Scrittura, egli non disdegna di ricorrere anche ad Aristotele, Galeno, Plinio e Plutarco, per illustrare i sentimenti di san Giuseppe verso Gesù e Maria e mostrare “a lode del divo Giuseppe e a nostra confusione la grande differenza tra il nostro cuore e quello di Giuseppe”: il cuore di Giuseppe conosceva le cose divine e ignorava quelle umane, era dilatato alla speranza, disponibilissimo ad obbedire alla divina volontà, custodito con estrema diligenza, provato nel fuoco della tribolazione, divinamente consolato nell’angustia, acceso dalle fiamme del divino amore, tenero di  compassione, amantissimo della purezza, estraneo ai peccati.

La prima testimonianza della devozione al cuore di san Giuseppe è costituita da un affresco (1617), a Pontoise (Francia), presso le Carmelitane Scalze; un’iscrizione commenta: In corde Joseph invenietis me”.

Stemma della Schiavitù al Glorioso Cuore di San Giuseppe (Siviglia)

Nella Spagna, un cuore con la scritta JPH (=JOSEPH), sormontato da una fiamma, circondato da una corona di rose, trapassato da lato a lato da una spada e da una verga fiorita,  è lo stemma della confraternita della Schiavitù del Glorioso Cuore di san Giuseppe, fondata a Siviglia, nel 1744, la quale celebrava, il 18 settembre, la festa del sacro Cuore di san Giuseppe e in tutte le feste principali faceva la commemorazione “del Sacro Cuore di tanto felice Sposo, fornace del più casto amore e  deposito dei divini segreti”. Eccone il commento in versi: “Gioie include e dolori / di Giuseppe il cuore; / per questo tra i suoi ardori / mesce spada di afflizione / con la gioia dei fiori”. Lo stesso stemma di Siviglia lo troviamo, nel 1751, in Messico, nel libro devozionale del gesuita Ignacio Tomay: El sagrado corazón del santísimo Patriarca señor Joseph… Regolamenti, costituzioni, devozionari e altri documenti scritti documentano abbondantemente questa devozione, compreso un Oficio del corazón santísimo del señor san José, pubblicato in Messico, nel 1888.

I tre Cuori, 1752, arcivescovado di Mariana, Minas Gerais (Brasile)

Alla devozione verso i tre cuori “separati” di Gesù, Maria e Giuseppe succede e si diffonde quella verso i tre cuori “riuniti”. La devozione ai Santissimi Cuori dei Sovrani Signori Gesù, Maria e Giuseppe è testimoniata dal 1733, con un santuario a Porto (Portogallo) e una Confraternita a Ouro Preto (dioc. di Diamantina, Brasile), esistente nel 1785. Sempre in Brasile, rappresentazioni in argento dei “Tre Cuori” si trovano nel Museo dell’arcivescovado di Mariana (1752) e nella chiesa dei Carmelitani di Diamantina. Probabilmente questa devozione dei “Tre Cuori” era maturata dalla spiritualità del P. Bartolomeu do Quental, fondatore degli Oratoriani in Portogallo, colà stabilitisi nel 1668, il quale propagava una devozione speciale verso la Trinità creata, sia sotto il simbolo dei cuori di Gesù, Maria e Giuseppe, sia sotto quello della Fuga in Egitto.  Il collegamento con la devozione della Trinità creata è molto importante, per cui ne tratterò a parte. Un accenno va anche fatto allo sconfinamento della devozione ai “tre cuori” verso quella dei “cinque sacri cuori di Gesù, Maria e  Giuseppe, Gioachino e Anna”, perché ci può aiutare a comprendere l’atteggiamento frenante di Roma, e conseguentemente la necessità di conoscere il “singolare” ruolo di san Giuseppe nel mistero dell’Incarnazione.

Anonimo, sec. XVIII,                          coll. Barbosa-Stern, Lima (Perù)

 

Guardando all’Italia, la devozione al Cuore purissimo di san Giuseppe  ha avuto due promotori, che hanno agito indipendentemente l’uno dall’altro, a riprova dell’esistenza di una stessa corrente sotterranea alimentata dalla sensibilità spirituale dei fedeli, che per prima intuisce quanto poi la teologia “sistematica” non sempre riesce ad assimilare. A cominciare dal 1843, il padre Elia dei Tre Cuori, Carmelitano Scalzo, pellegrina per l’Italia, la Francia e altre regioni diffondendo la devozione al “giusto” e “mitissimo” Cuore di san Giuseppe e per raccogliere offerte destinate ad erigere in suo onore una cappella. Si sa che il progetto ebbe l’approvazione di GregorioXVI, ma ne ignoriamo l’esito. Tre anni dopo, nel 1846, il p. Michele  Rocco, Oblato di Maria Vergine, ignaro dell’iniziativa del Carmelitano e per ispirazione personale,  istituiva la Pia Unione del Cuore Purissimo di San Giuseppe. Scrive p. Paolo Calliari (+ 1991), suo biografo: “L’idea della Pia Unione venne al Rocco nel 1846 mentre si trovava a Pinerolo e nel clima di devozione e di fervore alimentato dall’associazione del Cuore Purissimo di Maria, che era stata introdotta due anni prima. Il Cuore di Maria richiama il Cuore di Gesù, e Gesù e Maria fanno pensare a San Giuseppe, il terzo personaggio inseparabile della santa Famiglia di Nazaret. E siccome la devozione a Gesù e Maria, nelle sue espressioni del momento, era fissata sui due Cuori, ecco che nasce spontanea l’idea parallela del ‘Cuore Purissimo’ di San Giuseppe”. Il Cuore purissimo di san Giuseppe, perciò, non è considerato separatamente, ma congiunto al Cuore di Gesù e a quello di Maria, uniti nella stessa direzione, anche se non nella stessa intensità, quella di portare nell’anima la perfetta uniformità alla volontà di Dio:

Scuola del Cusco, sec. XVII,            coll. Mali, Lima (Perù)

“O Sacratissimo Cuore di Gesù, o Santissimo Cuore di Maria, o Purissimo Cuore di San Giuseppe, aiutatemi a sempre fare e patire in ogni momento quello che Iddio vuole, nel modo che vuole ed unicamente perché Iddio vuole. Amen”. Della devozione si fece promotore anche un altro Oblato, p. Vincenzo Berchialla, poi arcivescovo di Cagliari dal 1881 al 1892. Suoi sono il Manuale (1860) della Pia Unione e anche una dissertazione (1870) su questo tema, dove cita tra gli autori che parlano del Cuore di san Giuseppe, Isidoro Isolani, p. L. Lallemant, il ven. Bartolomeo da Saluzzo, il p. E. Binnet, sant’Alfonso de’ Liguori, a riprova che non si tratta di una novità assoluta. La Pia Unione si distese ben presto a Torino, in Francia, Austria, Germania e Birmania fino a raggiungere 30.000 iscritti.

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Valutando la possibilità che in qualche luogo e tempo si ripresenti questa devozione, oggi quasi ignorata, sarà certamente utile conoscerne i precedenti sia per chi intendesse promuoverla e sia per chi è preposto alla guida del popolo di Dio. Per ulteriori informazioni, vedi: Arthur Burton Calkins, San José: El culto al corazon de San José (status quaestionis).

Murillo

B.E.Murillo, 1650, Museo del Prado, Madrid

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LE DUE TRINITA’

C. Coello (+1693), Le due Trinità

C. Coello (+1693), Le due Trinità

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Una devozione che meriterebbe di essere particolarmente illustrata è quella riguardante le due Trinità: celeste e terrestre. Si tratta, infatti, della teologia della Santa Famiglia, fondamento della teologia della famiglia. In questo Sito ne vengono trattati differenti aspetti. Poiché questo tema interessa direttamente le Istituzioni dedicate alla Santa Famiglia, sarebbe desiderabile che esse stesse curassero un sito proprio sul tema della Santa Famiglia, analogo a questo sito dedicato a S. Giuseppe. Alleghiamo qualche inserto riguardante la teologia delle due Trinità e gli Istituti che ad essa si ispirano.

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LE DUE TRINITA’, CELESTE E TERRESTRE, FONDAMENTO DELLA TEOLOGIA DELLA FAMIGLIA

LA SANTA TRINITA’ E LA SANTA FAMIGLIA. Documenti su Frère Gabriel Taborin (Marco Bertinetti)

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Giovanni Carnovali il Piccio

Giovanni Carnovali il Piccio, +1873

Sussidi: T. STRAMARE-G. BRIOSCHI, Preghiere a San Giuseppe (con inseriti i documenti pontifici più rilevanti su san Giuseppe), Editrice Shalom, Camerata Picena (AN) 2001; T. STRAMARE, Il mese di marzo dedicato a San Giuseppe(storia, riflessione, esempio, fioretto e giaculatoria per ogni giorno), Editrice Shalom, Camerata Picena (AN) 2004.

H. Wierix, + 1604

H. Wierix, + 1604

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Incoronazioni canoniche

Cappella. Caudino di Arcevia (Ancona)

 La devozione a san Giuseppe si esprime anche nelle incoronazioni canoniche delle sue immagini, poco note in Italia, ma diffuse in tutto il mondo.

Castello di Caudino d’Arcevia

Castello di Caudino d’Arcevia

La prima incoronazione solenne sembra essere avvenuta, nel 1778, a Bogotà (Colombia), nella chiesa di Santa Fe; un’altra, nel 1789, viene segnalata in Guatemala. Nel Messico si susseguono: nel 1788, Città di Messico, Puebla e Oaxaca; nel 1789, Zacatlán, Chilapa e San Luis Potosí; nel 1790, Irapuato, Real de Guadalcázar, Tangancícuaro, Valle de Santiago, Tacámbaro, Acámbaro, Zapotlán el Grande, oggi Ciudad Guzman (Pio XII concesse, il 22 ottobre 1957, l’incoronazione papale), Zacatecas, Guadalupe Zacatecas, Salvatierra e Morelia; Guanajuato nel 1790 e Dolores Hidalgo nel 1791; nel 1792, Tamazula e Jalisco; nel 1794, Atoyac e Jalisco.liegi-incoronazione

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San Giuseppe della Montagna, Barcellona (Spagna)

In Europa, la prima incoronazione è a Kalisz (1796), in Polonia; a questa immagine miracolosa Giovanni XXIII nel 1963 fece dono del suo anello; la stessa fu nuovamente incoronata nel 1985. Il 20 ottobre 1869 a Bruxelles la statua di san Giuseppe fu incoronata per la prima volta “a nome del Papa”. Altre incoronazioni: Beauvais (1872), Gand (1872), Mill Hill (London, 1873), Frigolet (arcid. di Aix, 1874), Tarasco (1874), Parigi (1890), West de Pere (Wisc., 1892), Seyssinet (dioc. di Grenoble, 1900), Soignies (Belgio, 1902),Castello di Caudino d’Arcevia (dioc. di Nocera Umbra, ora dioc. di Senigallia, 1904), a nome di Leone XIII, Angers (Francia, 1906), Barcellona (1921), Kermaria (dioc. di Vannes, 1921), Montréal (1955), Buenos Aires (1956), Marfil (dioc. di León, Méx. 1957), Xoconostle (dioc. di León, Mex. 1959), Rabat-Notabile (Malta, 1963), Avila (1963), Santa Ana (El Salvador, 1987), Siracusa (Penisola Maddalena, 1991). In occasione di Udienza generale, a Roma, Giovanni Paolo II ha incoronato, nel 1997, una statua di san Giuseppe per la parrocchia di san Giuseppe a Le Mosse di Montefiascone (Viterbo), e un’altra, nel 1998, per la parrocchia di san Giuseppe in Ognina (Siracusa).

Nicolas Poussin, 1655

Nicolas Poussin, 1655

Musica sacra

Come sublime espressione di devozione vogliamo ricordare nel settore della musica sacra le Litaniae de Sancto Joseph, di Heinrich Jgnaz Biber, eseguite per la prima volta nella cattedrale di Salisburgo nel 1677; gli Oratori: Il Transito di San Giuseppe, a sei voci, Vienna 1694, composto da Giovanni Paolo Colonna ed eseguito a Bologna già nel 1685; L’Agonia del glorioso Patriarca San Giuseppe, dialogo a tre voci per musica, Orvieto 1697, composto da Leone e Giuseppe Alberici;  di Francesco Lemene (+1704) è il testo dell’oratorio Morte di san Giuseppe, dialogo da cantarsi ne la chiesa di san Giovanni de’ padri Barnabiti, il giorno de la festa del santo Patriarca, musicato da Carlo Bortio (o Borzio), maestro di cappella di Lodi; compose anche un altro oratorio Per la festa di san Giuseppe, musicato parimenti dal Borzio;   Il Transito di San Giuseppe, a tre voci, Bologna 1720, scritto da C. Piazza; La morte di San Giuseppe, ovvero La Fenice sul rogo, con musica di Pergolesi, scritto a Napoli nel 1731 per la Congregazione di San Giuseppe dei Padri dell’Oratorio; L’incarnazione rivelata al Patriarca San Giuseppe, Bologna 1741, con musica di P. V. Chiocchetti; El feliz tránsito del glorioso esposo de Maria santissima, san Joseph, con musica di D. Carlos Julián (1756), musico delle Reales Guardias Walonas. Inoltre, la Missa in honorem Sancti Joseph del belga Flor Peeters, la Missa Sancti Josephi di Johann Georg Albrechtsberger (1783) e la Messa VI in onore del S. P. Giuseppe di Oreste Ravanello, op. 41, dedicata al Teologo d. Leonardo Murialdo nel 1898. Segnaliamo anche Iste quem laeti, inno a san Giuseppe, a 4 voci per orchestra, composto nel 1850 da Gioacchino Mallucci, maestro di cappella del Duomo di Urbino; Inno a San Giuseppe, per organo e archi, composto da Antonio Brunetti nel 1816; la Trilogia sacra L’infanzia di Cristo(1854) di Hector Berlioz; Te Joseph celebrent, inno a 4 voci e strumenti, composto da Luigi Vecchiotti nel 1880; Quasi arcus refulget Joseph (1940), a 4 voci dispari, dal Maestro N. Praglia, autore anche di Salve, Joseph, a 10 voci in tre cori (1946), e Jesus, Maria, Joseph (1947), in onore della Santa Famiglia, a 5 voci dispari in due cori; Mes de San José. 31 Misterios, testo di Enrique Galindo e musica di Raúl de Jesús Rodríguez, Roma 1955;  Una storia d’amore, musical di Fabio Baggio su Giuseppe e Maria (ed. Paoline, Roma 1993); San Giuseppe. Il Custode della Divina Misericordia, oratorio sacro per soli, coro polifonico e orchestra sinfonica, testo e musica di Carlo Colafranceschi (+2010), orchestrazione di Ezio Monti, eseguito per la prima volta nella Basilica di San Giuseppe al Trionfale, Roma, il 1° novembre 2002; L’Ombra del Padre, oratorio dedicato alla figura di san Giuseppe, in quattro parti per soli, due cori, organo e orchestra, scritto e diretto da Marco Frisina, eseguito il 25 febbraio 2006 al Seminario Romano alla presenza di Benedetto XVI.

 

Altre espressioni

Nel 1966 venne fatta coniare una medaglia commemorativa del 75° anniversario della Rerum Novarum, rappresentante Gesù adolescente al lavoro con san Giuseppe e con l’iscrizione: “Cum esset Filius Dei putari fabri filius voluit”.

Guarigione miracolosa, metà sec. xix

Guarigione miracolosa,                              metà sec. XIX

Da una ricerca di Serge Bonnet sulla pietà popolare (Prières secrètes des Français d’aujourd’hui, Paris 1976) risulta che su 2000 preghiere, 195 sono rivolte a san Giuseppe.

Da uno studio di Bruno Migliorini (Lingua d’oggi e di ieri, Caltanissetta- Roma 1973) sul nome “Giuseppe”, si deduce che la diffusione del nome di Giuseppe in Italia, “scarsissima nel Medioevo, è tanto grande oggi da rivaleggiare con quella di Giovanni”; le varianti nel tempo e nello spazio sono tali che “difficilmente credo se ne trovi uno che superi quelle che si sono avute per il nome di Giuseppe”; eccone un elenco per l’Italia: Giuseppe, Gioseppe, Giusef(fe) nell’Emilia, Gioseffo, Gioseffe, Giuseppo, Ioseppe (senese), Joseffo, Gioseppo, Iosef, Geppo; Geppetto, Giseppo (toscano antico), Isepo (Venezia), Useppo, Oseppo, Geppe, Beppe, Peppe, Peppo, Bepi, Giopin (bergamasco), Giuseppino, Pino, Pinuccio, Giuse, Giusi, Giose, Pippo in Liguria, ecc. Un elenco con 36 varianti si trova in V. Giompaolo.

L. Gauffier, +1801, Finarte, Milano

L. Gauffier, +1801, Finarte, Milano

Dall’elaborazione elettronica compiuta dalla SEAT, all’inizio degli anni ’80 sui nomi degli elenchi telefonici, e dalla successiva ricerca affidata al prof. Emidio De Felice, risultava che fra gli italiani i Giuseppe erano 1.717.000, mentre le Giuseppine  erano 651.849. Giuseppe era al secondo posto dopo Maria (2.500.000) e primo dei nomi maschili, nettamente staccato da Giovanni (1.105.170) e da Antonio (1.047.918). Giuseppina seguiva Anna (985.457) e precedeva Rosa (600.243). Un’altra ricerca, all’inizio del 2001, rivela un cambiamento di tendenza: i nomi italiani più diffusi rimangono Giuseppe (790.149), Antonio (540.960), Giovanni (498.321) davanti a Francesco, Mario, Luigi. Tra quelli femminili svetta Maria (387.131), seguita a Anna (177.955), Rosa (108.193), Giuseppina, Angela e Giovanna. Al termine del 2011, la classifica vede Giuseppe al primo posto tra i primi venti nomi maschili più diffusi in Italia; Giuseppina, invece, è al terzo posto, dopo Maria e Anna.

Gaspar Miguel de Berrio, Patrocinio di S. Giuseppe, 1737, Museo de la Casa Nacional de Moneda, Potosi

 

 

RELIQUIE

Senza voler entrare nella questione della loro autenticità, dobbiamo accennare anche alle principali reliquie. Esse, infatti, hanno un’importanza particolare per la storia del culto, essendo una chiara documentazione della sua esistenza, diffusione e antichità.

A pari titolo con Maria, può essere considerata come reliquia di san Giuseppe   la Santa Casa, che dal 1292 viene custodita a Loreto. La presenza di san Giuseppe è abbondantemente attestata nei bassorilievi del monumento che la racchiude, i quali raffigurano lo sposalizio, il censimento, la natività di Gesù e l’adorazione dei Magi.

Santo anello, Perugia

Perugia dal 1477 si vanta di possedere l’anello nuziale di san Giuseppe, proveniente da Chiusi, dove era stato portato da Gerusalemme nel secolo XI. Anche altri monasteri o chiese hanno reclamato lo stesso privilegio, fra i quali vengono annoverati due antichi conventi benedettini, ossia il Priorato di Semur en Auxois in Borgogna (che lo avrebbe posseduto dal 730) e la Badia del SS. Salvatore di Anchin (dal tempo delle Crociate). Notre-Dame, a Parigi, possiederebbe tutti e due gli anelli del fidanzamento. Anche la chiesa di san Giuseppe al Palazzo (Messina) possiede un anello, offerto alla Confraternita, il 9 aprile 1618, da Filippo la Rocca, avuto in dono da un arcivescovo di Barcellona.

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Nel 1254 un crociato, Jean, sire di Joinville, portò in Francia la cintura di san Giuseppe, per la quale venne costruita una cappella, distrutta nel 1668, nella chiesa di Notre-Dame di Joinville-sur-Marne (dioc. di Langres). Una parte della reliquia era stata donata, nel 1649, alla chiesa dell’Ordine dei Foglianti a Parigi e un’altra parte, nel 1662, a Mons. F. Vialart, vescovo di Châlons-sur-Marne, per la sua cattedrale.

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Fra le principali reliquie del tesoro di Carlo Magno, in Aquisgrana (Aachen, Germania), figurano delle fasce, che avrebbero servito ad avvolgere Gesù Bambino nella mangiatoia: “de pannis Domini, quibus in presepio fuit involutus”. In seguito, già nel secolo XIV, esse vennero indicate come i calzettoni o bende di san Giuseppe, dai quali egli avrebbe ricavato, a motivo dell’estrema necessità, le fasce per il Bambino.

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Nel tesoro delle reliquie del Sacro Eremo di Camaldoli (Arezzo) si conserva, in teca d’oro in forma di mazza da passeggio, il bastone di san Giuseppe, ivi trasportato, nel 1935, dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli di Firenze. Esso è in possesso dei Camaldolesi dal 1439. Proveniente da Nicea, la “mazza” fu offerta per mano del Bessarione ad Ambrogio Traversari, Priore generale dell’Ordine. Un monaco la portava ai malati e ai moribondi che ne richiedevano la presenza presso il loro letto. L’uso continuo della reliquia diffuse talmente il culto del Santo da indurre Cosimo III a patrocinare la proclamazione di san Giuseppe compatrono di Firenze (1719). Frammenti del bastone sono segnalati un po’ ovunque, ad esempio a Chambéry, Beauvais, Rabat, Roma (San Francesco a Ripa) e san Martino al Cimino (Viterbo).

Juan Bautista Maino, 1612, Museo del Prado, Madrid

Juan Bautista Maino, 1612, Museo del Prado, Madrid

 

Reliquiario di S. Giuseppe, Fasano (Brindisi)

A Roma, nella chiesa di sant’Anastasia, si conserva un grande pezzo del mantello o veste di san Giuseppe: “pannum varii coloris, scilicet flavi et rubei e clamide S.i Joseph, in quo Dominus noster Jesus Christus in sua nativitate fuit involutus”. Un documento attesta la visita di detta reliquia il 27 marzo 1628. Particelle del mantello di san Giuseppe sono conservate in altre chiese di Roma, ad esempio in san Giovanni in Laterano, e anche altrove, ad esempio a Gand, nel convento dei Carmelitani Scalzi.

A volte della reliquia rimane solo il ricordo, ad esempio un reliquiario vuoto, la cui preziosità testimonia, tuttavia, in quale conto essa fosse tenuta. A Salisburgo, nel Museo del Barocco-Collezione Kurt Rossacher, è conservato un reliquiario a sarcofago con la scritta: DE PALLIO SANCTI JOSEPH. L’opera – un vero gioiello composto di marmo “nero del Belgio”, lastre di cristallo di rocca incorniciate con lapislazzuli – porta lo stemma di Alessandro VII ed è fattura di Antonio de Amicis Morettin, attivo a Roma dal 1625 al 1687 quale “Argentiere di Sacro Palazzo”.

La “Mazza” (bastone) di S. Giuseppe – Eremo di Camaldoli (Arezzo)

 

Apparizioni

Cotignac

Cotignac

 A modo di complemento della documentazione, segnaliamo questo aspetto giuseppino, indicando sotto questa voce anche quanto già segnalato sotto altri titoli. Le apparizioni di san Giuseppe sono collegate all’assedio di Novara nel 1448; inoltre, ai santuari di Lezajsk (dioc. di Przemysl, Polonia, 1590) e di Gietrzwald (dioc. di Warmia, Polonia),  di Cotignac (Var, Francia, 1660) e di Laus (dioc. di Gap, Francia, 1664-1718), di Knock (Irlanda, 1879), di Fatima (Portogallo, 1917), alle Ghiaie di Bonate (Bergamo, 1944), a Zeitun, sobborgo di Il Cairo (Egitto, 1968), e, in Brasile, a Jacarei (1991), a Carapicuiba (1993) e a Manaus-Itapiranga (1994-1998; email: info@itapiranga.net).

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Santuario di Knock (Irlanda)

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