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06 – La teologia giuseppina

LA TEOLOGIA GIUSEPPINA

Scuola di Cuzco, Kenilworth, Illinois

Scuola di Cusco, Kenilworth, Illinois

Siamo ora in grado di dare uno sguardo ai temi della teologia giuseppina, la quale cerca di definire la posizione di san Giuseppe come sposo della Madre di Dio, come padre di Gesù e capo della Famiglia; si preoccupa di determinare la sua relazione con i misteri dell’incarnazione e della redenzione, la natura del suo matrimonio, la sua paternità nei riguardi di Gesù, la sua funzione nella Chiesa, il culto che gli compete; vuole precisare teologicamente la sua santità.

L.Costa il Vecchio,1505,Pinacoteca Nazionale (BS)

L.Costa il Vecchio,1505,Pinacoteca Nazionale (BS)

Sulla teologia di san Giuseppe, secondo la Redemptoris Custos, cf. T. STRAMARE, La Santa Famiglia nel Mistero dell’Incarnazione, Temi di predicazione, 343,  Editrice Domenicana Italiana, Napoli 1994; ID., La Santa Famiglia di Gesù, Editrice Shalom, Camerata Picena (AP) 2010; ID., San Giuseppe. Il custode del Redentore nella vita di Cristo e della Chiesa, Omelie. Temi di predicazione, n. 98, Editrice Domenicana Italiana, Napoli 2006; ID., Il matrimonio della Madre di Dio. I Santi Sposi, Edizioni Stimmatine, Verona 2001; ID., La via di san Giuseppe. Spiritualità giuseppina, Edizioni OCD, Morena Roma 2001.

 

1.  Sposo della Madre di Dio 

P. Favaro, + 2000, S. Giuseppe Vesuviano, Napoli

P. Favaro, + 2000, S. Giuseppe Vesuviano, Napoli

 

Matrimonio vero

A. Palomino (+1726), Museo di                    Scultura, Valladolid

Il matrimonio tra Maria e Giuseppe fu un matrimonio vero. La nota teologica assegnata a questa proposizione oscilla tra il teologicamente certo e la verità di fede.

Nella Sacra Scrittura Giuseppe è chiamato sposo di Maria e Maria sposa di Giuseppe: Mt 1,16.18-20.24; Lc 1,27; 2,5. Per tale motivo Giuseppe è considerato da tutti padre di Gesù: Lc 2,27.33.41.43.48; 3,23; Mt 13,55.

Leone XIII dice chiaramente che «intercessit losepho cum Virgine Beatissima maritale vinculum», facendo Giuseppe partecipe della eccelsa dignità di Maria appunto «ipso coniugali foedere» (QP).

Già conosciamo il pensiero di sant’Agostino e di san Tommaso su questo matrimonio (Vedi: I testimoni della Tradizione).  Giovanni Paolo II ne sottolinea il ruolo riguardo alla paternità di Gesù: «Anche per la Chiesa, se è importante professare il concepimento verginale di Gesù, non è meno importante difendere il matrimonio di Maria con Giuseppe, perché giuridicamente è da esso che dipende la paternità di Giuseppe. Di qui si comprende perché le generazioni sono state elencate secondo la genealogia di Giuseppe» (RC, n.7). Lo stesso Pontefice ne espone l’aspetto «sacramentale»: «II matrimonio di Maria e Giuseppe realizza in piena “libertà” il “dono sponsale di sé” nell’accogliere ed esprimere l’amore di Dio per l’umanità mediante il dono del Verbo» (ibidem). Poiché «il Salvatore ha iniziato l’opera della salvezza con questa unione verginale e santa» (ibidem), tale matrimonio fa chiaramente parte dei «misteri» della vita di Cristo.

Gregorio Vasquez de Arce y Ceballos, + 1711

Gregorio Vasquez de Arce y Ceballos, + 1711

 

L’immagine dello sposo

II vero matrimonio di Giuseppe con Maria suppone e richiede l’attribuzione a Giuseppe di una «singolare dignità». Leone XIII, partendo dal fatto che «il matrimonio è la massima società e amicizia, a cui di sua natura va unita la comunione dei beni», deduce che san Giuseppe «ha partecipato, per mezzo del patto coniugale, all’eccelsa grandezza di Maria» e «si è avvicinato quanto mai nessun altro a quell’altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature» (QP).

L. Seitz, I Santi Sposi, Cappella del Coro                             o Tedesca (1892-1902), Loreto

San Giuseppe, infatti, non fu dato da Dio a Maria «solo a compagno della vita, testimone della verginità e tutore dell’onestà» (ibidem), ma perché «insieme con Maria — ed anche in relazione a Maria – partecipasse alla fase culminante dell’autorivelazione di Dio in Cristo» (RC, n. 5). San Giuseppe è stato certamente all’altezza della sua chiamata: «Mediante il sacrifìcio totale di sé Giuseppe esprime il suo generoso amore verso la Madre di Dio, facendole “dono sponsale di sé”. Pur deciso a ritirarsi per non ostacolare il piano di Dio che si stava realizzando in lei, egli per espresso ordine angelico la trattiene con sé e ne rispetta l’esclusiva appartenenza a Dio» (n. 20). Giovanni Paolo II mette in particolare rilievo il legame sponsale di Maria e Giuseppe, rivendicando a Giuseppe le «chiare caratteristiche dello sposo»: «prima che cominci a compiersi “il mistero nascosto da secoli” (Ef 5,9), i Vangeli pongono dinanzi a noi l’immagine dello sposo e della sposa» (n. 18). Essi partecipano «insieme» al mistero dell’incarnazione. Giuseppe si trova «insieme con Maria, coinvolto nella realtà dello stesso evento salvifico» (n. 1); a sua volta, «il fatto di essere lei “sposa” a Giuseppe è contenuto nel disegno stesso di Dio» (n. 18). Di qui si intuisce l’importanza del ruolo di Giuseppe come “sposo”: «Di questo mistero divino Giuseppe è insieme con Maria il primo depositario»; «La fede di Maria si incontra con la fede di Giuseppe» (n. 4); Giuseppe «è il primo a partecipare alla fede della Madre di Dio e, così facendo, sostiene la sua sposa nella fede della divina annunciazione» (n. 5).

Come ignorare o dimenticare questo «disegno stesso di Dio» nella teologia dell’Incarnazione?

Adorazione dei pastori, 1730 circa, Tarasp-Gr (Svizzera)

 

2. Padre di Gesù

Paternità autentica

Francisco de Herrera, 1648, Museo Lazaro Galdiano, Madrid

Francisco de Herrera, 1648, Museo Lazaro Galdiano, Madrid

 

Nonostante gli evangelisti dichiarino espressamente che Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo ( Mt 1,18-25; Lc 1, 35), o meglio, appunto perché hanno già messo tale verità al sicuro, non esitano a chiamare Giuseppe «padre» di Gesù (Lc 2,27.33.41.43.48). Conseguentemente Giuseppe ha il diritto di imporre il nome al bambino (Mt 1,21.25) e di dirigere la famiglia in qualità di capo (Mt 2,15s. 19ss.; Lc 2,51); Gesù è ritenuto figlio di Giuseppe (Lc 3,23; 4,22; Mt 13,55;  Gv 6,42).

P. Gagliardi (+1890), Cattedrale di Rieti

Giovanni Paolo II considera la paternità di Giuseppe come «una conseguenza dell’unione ipostatica». Poiché la Famiglia di Nazaret è «inserita direttamente nel mistero dell’incarnazione», appartiene ad esso anche la «vera paternità». Nella «forma umana della famiglia del Figlio di Dio Giuseppe è il padre: non è la sua una paternità derivante dalla generazione; eppure, essa non è “apparente”, o soltanto “sostitutiva”, ma possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia» (RC, n. 21). «Giuseppe fu, secondo lo spirito, una incarnazione perfetta della paternità nella famiglia umana ed insieme sacra» (Allocuzione, 19 marzo 1980).

J. Ezquerra, Museo Carmen Thyssen, Malaga

J. Ezquerra, Museo Carmen                       Thyssen, Malaga

C’è, indubbiamente, in san Giuseppe una vera relazione di paternità verso Gesù, che si estende dal piano giuridico, in ragione del suo «singolare» matrimonio, a quello affettivo, per il «cuore paterno» che ebbe verso il Figlio, e a quello psicologico e sociale, per gli influssi e i condizionamenti che derivarono dalla lunga e stretta comunanza di vita e di lavoro.

José de Ibarra, Cappella di san Giuseppe, 1738, Tepotzotlan (Messico)

 

Paternità giuridica

II fondamento giuridico della paternità è costituito dal contratto matrimoniale di Giuseppe e Maria congiunto alla nascita di Gesù in quel matrimonio, benché non da quel matrimonio (cf. San Tommaso, IV Sent., dist. 30, a. 9 ad 3). Già Estio aveva affermato che «Giuseppe era vero padre in ordine al matrimonio», benché «soltanto putativo in ordine alla generazione corporale» (IV Sent., dist. 30, par. 11).

F. Verri, Giuseppe educatore,           Meeting Point “Redemptoris                        Custos”, Asti

San Tommaso espone chiaramente il principio che «proles non dicitur bonum matrimonii solum in quantum per matrimonium generatur, sed in quantum in matrimonio suscipitur et educatur» per poi concludere che «hoc matrimonium (di Giuseppe con Maria) fuit ad hoc ordinatum specialiter, quod proles illa  susciperetur in eo et educaretur» (IV Sent., dist. 30, q. 2, a. 2 ad 4). Ancora: «Giuseppe è detto padre di Cristo allo stesso modo con cui viene anche inteso sposo di Maria, senza l’unione della carne, ma per il vincolo stesso del matrimonio: evidentemente molto più stretto parente, che se fosse adottato dal di fuori» (Summa Theologiae, III, q. 28, a. 1 ad 1). Né a Giuseppe, padre, né a Gesù, figlio, si addice, dunque, il termine “adottivo”, come verrà ampiamente spiegato in seguito.

E’ chiaro che Gesù non nacque nel matrimonio di Giuseppe e di Maria per caso, ma in quanto «quel» matrimonio – che non avrebbe mai dovuto essere consumato – era stato decretato da Dio in ordine alla nascita «onorata e conveniente» di Gesù, nascita che nella mente di Dio presiedette al matrimonio stesso preordinandolo e condizionandolo.

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Domenico Gabbiani, + 1726

Domenico Gabbiani, + 1726

Paternità affettiva

S. Giuseppe estrae una spina a Gesù,               Anonimo Cusco, sec. XVIII

La realtà della paternità di san Giuseppe nei riguardi di Gesù viene indicata da sant’Agostino nella «pietà e carità di Giuseppe» (Sermo 51,20: PL 38,351).

Pio IX dice chiaramente che «Giuseppe non solo vide Gesù, ma con lui ha dimorato e con paterno affetto lo ha abbracciato e baciato e per di più lo ha nutrito». Leone XIII afferma che Giuseppe «esercitava l’ufficio di padre nei riguardi di Gesù» e sottolinea espressamente «l’amore paterno» portato da Giuseppe al fanciullo Gesù (QP). Pio XII insegna che, «benché egli non fosse suo padre, ebbe per Gesù per uno speciale dono celeste tutto l’amore naturale, tutta l’affettuosa sollecitudine che un cuore di padre possa conoscere» (19 febbraio 1958).

“San José de Flores”, Buenos Aires                     (Argentina)

Giovanni Paolo II, partendo dal principio che «non è concepibile che a un compito così sublime non corrispondano le qualità richieste per svolgerlo adeguatamente», ne deduce che «con la paterna potestà su Gesù, Dio ha anche partecipato a Giuseppe l’amore corrispondente, quell’amore che ha la sua sorgente nel Padre, “dal quale prende nome ogni paternità nei cieli e sulla terra” (Ef 3,15)» (RC, n. 8).

Cristobal de Villalpando, sec. XVII, visione di S. Ignazio, Tepotzotlan (Messico)

 

Paternità educativa

Pio IX: «Maria e Giuseppe, queste due purezze, queste due figure sublimemente edificanti nell’orizzonte del bene, questi due coefficienti dell’educazione umana dello stesso Gesù, offrono realmente il primo divino esempio dell’educazione cristiana» (23 maggio 1929).

J. Llimona (+1934), su disegno di A. Gaudi,     Tempio della Santa Famiglia, Barcellona

Paolo VI, riflettendo sul rapporto tra Giuseppe e Gesù, mette in evidenza la circostanza che san Giuseppe «diede a Gesù non i natali, ma lo stato civile, la categoria sociale, la condizione economica, l’esperienza professionale, l’ambiente familiare, l’educazione umana» (19 marzo 1964). San Giuseppe viene presentato come «il lavoratore che personifica il tipo umano, che Cristo medesimo scelse per qualificare la propria posizione sociale “fabri filius” (Mt 13, 55)» (1° maggio 1965).    Ne risulta che «è evidente che san Giuseppe viene ad assumere una grande importanza, se davvero il Figlio di Dio fatto uomo sceglie lui per rivestire se stesso della sua apparente figliolanza. Gesù era detto “filius fabri” (Mt 13, 55), il figlio del fabbro; ed il fabbro era Giuseppe. Gesù, il Cristo, ha voluto assumere la sua qualificazione umana e sociale da questo operaio… Ma c’è di più: la missione, che san Giuseppe esercita nella scena evangelica, è una missione che si esercita accanto, anzi sopra Gesù: egli sarà creduto padre di Gesù (Lc 3,23), sarà il suo protettore, il suo difensore» (19 marzo 1964).

Giuseppe maestro, Convento di S. Chiara,                                 Astudillo (Palencia)

Giovanni Paolo II, trattando del sostentamento e dell’educazione di Gesù a Nazaret, mette in evidenza che «la crescita di Gesù “in sapienza, in età e in grazia” (Lc 2,52) avvenne nell’ambito della santa Famiglia sotto gli occhi di Giuseppe, che aveva l’alto compito di “allevare”, ossia di nutrire, di vestire e di istruire Gesù nella Legge e in un mestiere, in conformità ai doveri assegnati al padre» (RC, n. 16).

La singolare paternità di Giuseppe, dunque, la cui verità, benché delimitata dal dogma del mistero della Incarnazione, si fonda, tuttavia, su legami giuridici, spirituali e sociali, non viene che parzialmente definita con le espressioni: padre legale, educatore, matrimoniale, ministeriale, putativo, nutrizio, davidico, messianico, verginale e vicario del Padre celeste. Il timore di evitare ogni equivoco, implicito in tutte queste precisazioni, non è condiviso, tuttavia, dalla testimonianza di Maria (Lc 2,48) e dallo Spirito santo, autore della Sacra Scrittura, che considera e chiama san Giuseppe semplicemente «padre» (cf. Lc 2,27.33.41.43). San Bernardo (+1150) rileva che si tratta di un appellativo legato al ruolo avuto da Giuseppe nel piano della salvezza, che gli ha meritato di essere detto «pater Salvatoris», anzi, gli «ha meritato di essere onorato da Dio, così da essere detto e creduto “pater Dei”» (PL 183,69).

Nell’Inno «Caelitum, Ioseph, decus», introdotto nella Liturgia delle Ore, alle Lodi, già nel 1671 da Clemente X, è asserito chiaramente che «il Creatore… ha voluto che tu (Giuseppe) fossi chiamato “padre del Verbo” (voluitque Verbi te patrem dici)». E’ parimenti noto l’Inno «Salve, pater Salvatoris», presente nel Breviario secondo l’uso gallicano (sec. XVII). Nell’Inno «O lux beata caelitum», che apre i primi Vespri della festa della Santa Famiglia (Domenica tra l’Ottava di Natale), Giuseppe è presentato come «colui che la divina Prole invoca con il dolce nome di padre» (dulci patris quem nomine / divina Proles invocat). L’Inno è stato composto da Leone XIII (1893), il quale aggiunge che san Giuseppe è chiamato «ex vetustis patribus delecte custos Virginis», invocazione che potrebbe essere inserita nelle Litanie della Madonna, prima di «Mater Christi», con tutto vantaggio della pastorale familiare.

 A. DORDONI,  San Giuseppe padre

Tiziano, Ermitage, San Pietroburgo

Tiziano Vecellio,  + 1576, Ermitage, San Pietroburgo

 

SAN GIUSEPPE, PADRE “ADOTTIVO” ?

Diciamo subito che la paternità di san Giuseppe è “singolare” come lo è il mistero dell’Incarnazione, nel quale essa è inserita. Inutile, perciò, pretendere di qualificarla con i nostri attributi, che potranno solo coglierne qualche aspetto.

Riconosciamo francamente, inoltre, che le nostre preoccupazioni di specificare la paternità di san Giuseppe non sono affatto condivise né dagli evangelisti né dal culto pubblico della Chiesa, regole sicure del “sensus fidei”.

Gli evangelisti, che rispecchiano la predicazione apostolica, non esitano a chiamare Giuseppe “padre” di Gesù (cf. Lc 2,27.33.41.43.48) e a testimoniare che Gesù è ritenuto figlio di Giuseppe (Lc 3,23; 4,22; Mt 13,55; Gv 1,45; 6,42). Scendendo ai particolari, notiamo che è proprio l’evangelista Luca, il quale mette in maggiore evidenza il concepimento verginale di Gesù (1,26-38), a definire espressamente Giuseppe e Maria “suo padre e sua madre” (2,33), ad accomunare entrambi  nel titolo di “genitori” (vv. 27.41) e a mettere in bocca alla stessa Maria il riconoscimento della paternità di Giuseppe: “Tuo padre ed io… ti cercavamo” (2,48). Anche Filippo presenta Gesù a Natanaele come “il figlio di Giuseppe da Nazaret” (Gv 1,45) e  i compaesani di Gesù sono convinti che egli è “il figlio del falegname” così come sua madre si chiama Maria (Mt 13,55).

Riguardo al culto, abbiamo poco sopra ricordato che nell’inno “Caelitum, Joseph, decus” è affermato chiaramente che “il Creatore… ha voluto che tu (Giuseppe) fossi chiamato “padre del Verbo (voluitque Verbi te patrem dici)”. Sono anche noti gli inni “Salve, pater Salvatoris” (sec. XVII) e “O lux beata caelitum”, che esaltano la paternità di san Giuseppe.

Che dire, allora, della qualifica di padre “adottivo”?

Anonimo, sec. XXVIII, Circoncisione,Museo de Arte Colonial, Mèrida, Venezuela

Anonimo, sec. XXVIII, Circoncisione, Museo de Arte                      Colonial, Mérida, Venezuela

 

Giuseppe non ha adottato

Philippe de Champagne, sec. XVII, National Gallery, Londra

Gli studi su san Giuseppe che toccano il tema della sua paternità “adottiva” le contrappongono l’argomento del suo vero matrimonio con Maria, titolo sufficiente per escluderla, dal momento che questo garantisce la paternità “legale”, la quale, tutto sommato, si rivela sempre più come quella che conta, a discapito di quella “naturale”. Da una recente statistica, infatti, risulterebbe che, secondo i test genetici, il 12-15 % degli italiani “non è figlio del proprio padre legale”. In Germania, secondo una rivista specializzata per famiglie, i “Kuckuskinder”, i bambini del cuculo, termine ormai diventato d’uso comune,  sarebbero all’incirca il 10%. L’analisi del Dna sta creando sempre più seri problemi che sollecitano interventi governativi. Che dire poi dell’art. 5 della legge 194/78, che individua nella donna l’unica titolare del diritto di interrompere la gravidanza senza attribuire alcun peso alla contraria volontà del marito e, a maggior ragione, del padre naturale? Di qui l’esigenza per la “genealogia”, in tutte le culture, di agganciare la paternità al vincolo matrimoniale, che mira direttamente alla salvaguardia della dignità della persona e dei diritti che ne derivano.

La chiesa apostolica ci ha tramandato  nei Vangeli addirittura “due” genealogie di Gesù – in Matteo e in Luca -, senza preoccuparsi di concordarle. Essa sapeva benissimo che Giuseppe non aveva generato Gesù, concepito per opera dello Spirito Santo, e tuttavia, come abbiamo visto, lo ha considerato “padre” di Gesù e ne ha tessuto la genealogia attraverso di lui. Il diritto “matrimoniale” di san Giuseppe alla paternità di Gesù è ben radicato nella teologia biblica e patristica. C’è da aggiungere che la riflessione teologica sul mistero dell’incarnazione, evidenziata nel magistero più recente, considera proprio la paternità di san Giuseppe come il fondamento della sua vocazione e grandezza.

L’Esortazione apostolica Redemptoris custos descrive la paternità di Giuseppe come “una relazione che lo colloca il più vicino possibile a Cristo, termine di ogni elezione e predestinazione (cf. Rm 8,28-28)” (n.7). E’ impensabile che Giuseppe, definito “giusto”, abbia osato appropriarsi una tale dignità, ossia la paternità di Gesù. Come spiega sant’Agostino, è stato, invece, proprio lo Spirito Santo ad attribuirne il diritto a Giuseppe: “Ciò che lo Spirito Santo ha operato, lo ha operato in tutti e due (Maria e Giuseppe). Essendo, disse, uomo giusto. Giusto, perciò, il marito, giusta la moglie. Compiacendosi nella giustizia di entrambi, lo Spirito Santo diede un figlio a tutti e due. Ma agendo in quel sesso che doveva partorire, fece in modo che nascesse anche per il marito. E così l’angelo dice ad entrambi di imporre il nome al bambino, dichiarando l’autorità dei genitori” (Sermo 51,20,30).

José de Alcibar (+1803), Cattedrale di                       Saltillo, Coah. (Messico)

Di conseguenza, lo Spirito Santo, che ha onorato san Giuseppe con il nome di padre” (Origene, In Lucamhom.17), non poteva non adornarlo in modo eminente anche di quelle qualità, l’amore e il dono, che sono indispensabili per costituire una paternità così singolare e che, d’altra parte, hanno talmente brillato in san Giuseppe, da rivelarne la sorgente divina, che è appunto lo Spirito Santo. Che con “l’augusta dignità di essere considerato, nell’opinione degli uomini, padre del Figlio di Dio” (Leone XIII, Enc. Quamquam pluries), Dio abbia dato a Giuseppe anche le qualità corrispondenti, lo troviamo chiaramente affermato nella Redemptoris Custos: “Poiché non è concepibile che ad un compito così sublime non corrispondano le qualità richieste per compierlo adeguatamente, bisogna riconoscere che Giuseppe ebbe verso Gesù ‘per speciale dono del Cielo, tutto quell’amore naturale, tutta quell’affettuosa sollecitudine che il cuore di un padre possa conoscere’.

Antoni Guerra, S. Giuseppe e la Trinità,1699, Chapelle des Carmes, Ille sur Tet

Antoni Guerra, S. Giuseppe e la Trinità,1699, Chapelle des Carmes,                                                                       Ille sur Tet

Con la potestà paterna su Gesù, Dio ha anche partecipato a Giuseppe l’amore corrispondente” (n.8). Lo stesso Giovanni Paolo II, commentando le parole rivolte a Maria da Gesù dodicenne nel tempio: “Tuo padre ed io…”, evidenzia la continua azione dello Spirito Santo in relazione alla paternità di Giuseppe: “Giuseppe, il quale fin dall’inizio, accettò mediante l’‘obbedienza della fede’ la sua paternità umana nei riguardi di Gesù, seguendo la luce dello Spirito Santo, che per mezzo della fede si dona all’uomo, certamente scopriva sempre più ampiamente il dono ineffabile di questa paternità” (n. 21). La paternità di Giuseppe è essenzialmente una paternità “ricevuta, accettata”.

José Sanchez, Louvre, Parigi

José Sanchez, Louvre, Parigi

 

Gesù non è adottabile

F. Verri, Il Censimento, Meeting Point Redemptoris Custos, Asti

F. Verri, Il Censimento, Meeting Point “Redemptoris Custos”, Asti

L’attribuzione dell’incarnazione di Gesù allo Spirito Santo, che nulla deve togliere al Padre (!), è tutta rivolta ad evidenziare l’amore e il dono racchiuso in questo “Mistero”, amore e dono che per loro natura si possono solo “ricevere”. Se già ogni paternità “discende dall’Alto” (cf. Ef 3,15), come può, in particolare quella di Gesù, partire dal basso, da un’iniziativa umana pur nobilissima, com’è la paternità per adozione?

Considerando il mistero della redenzione e quello dell’incarnazione, che ne è il fondamento,  Giovanni Paolo II vi inserisce la famiglia e in essa la paternità, tutt’altro che marginali nel piano della creazione. “Inserita direttamente nel mistero dell’incarnazione, la Famiglia di Nazaret costituisce essa stessa uno speciale mistero. Ed insieme – così come nell’incarnazione – a questo mistero appartiene la vera paternità: la forma umana della famiglia del Figlio di Dio  – vera famiglia umana, formata dal mistero divino. In essa Giuseppe è il padre: non è la sua una paternità derivante dalla generazione; eppure, essa non è ‘apparente’, o soltanto ‘sostitutiva’, ma possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia. E’ contenuta in ciò una conseguenza dell’unione ipostatica: umanità assunta nell’unità della Persona divina del Verbo-Figlio, Gesù Cristo.

M. Donizetti, 1952, Museo della Basilica di           Pontida (BG)

Insieme con l’assunzione dell’umanità, in Cristo è anche ‘assunto’ tutto ciò che è umano e, inparticolare, la famiglia, quale prima dimensione della sua esistenza in terra. In questo contesto è anche ‘assunta’ la paternità umana di Giuseppe. In base a questo principio acquistano il loro giusto significato le parole rivolte da Maria a Gesù dodicenne nel tempio: ‘Tuo padre ed io… ti cercavamo’. Non è questa una frase convenzionale: le parole della Madre di Gesù indicano tutta la realtà dell’incarnazione, che appartiene al mistero della Famiglia di Nazaret. Giuseppe, il quale fin dall’inizio accettò mediante ‘l’obbedienza della fede’  la sua paternità umana nei riguardi di Gesù, seguendo la luce dello Spirito Santo, che per mezzo della fede si dona all’uomo, certamente scopriva sempre più ampiamente il dono ineffabile di questa sua paternità”  (n.21).

La singolare paternità di Giuseppe si rivela molto lontana dall’orizzonte dell’adozione, senza nulla togliere a questa della sua grandezza e nobiltà.

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Anonimo, Cusco, sec. XVIII, Collezione Barbosa-Stern, Lima (Perù)

 

3. Verginità

I fratelli del Signore

José de Paez, 1771

José de Paez, 1771

 

Gli unici ad attribuire arbitrariamente a san Giuseppe dei figli, avuti da un matrimonio precedente quello con Maria SS., sono stati i libri apocrifi. Il movente di tale attribuzione a san Giuseppe fu quello di difendere la verginità di Maria, che poteva essere messa in pericolo dai «fratelli del Signore» nominati dagli evangelisti.

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F. Verri, Circoncisione di Gesù, Meeting Point “Redemptoris Custos”, Asti

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Lo stesso problema scritturale ha indotto alcuni scrittori e Padri ad accettare tale sbrigativa soluzione, contestati fortemente, tuttavia, da san Girolamo, Teodoreto, sant’Agostino, san Beda, san Ruperto, san Pier Damiani, Pietro Lombardo, Abelardo, sant’Alberto Magno, san Tommaso.

Benché la verginità di san Giuseppe non sia di fede, è tuttavia teologicamente certissima, anzi, prossima alla fede a causa dell’intimo e universale senso dei fedeli. Alle ragioni di convenienza solite ad essere addotte a prova di questa verità, si aggiunga che Leone XIII addita ai vergini in san Giuseppe un «tipo e difensore dell’integrità verginale» e che san Pio X indulgenziò una preghiera (1906), nella quale si dà a san Giuseppe il titolo di «virgo».

John Singleton Cpley, 1777, Natività

John Singleton Copley, 1777, Natività

 

Verginità e matrimonio

Circa il delicato rapporto verginità-matrimonio, gli scritti apocrifi hanno inventato, in difesa della verginità di Maria, una soluzione radicale, ossia quella di ridurre il matrimonio a una semplice custodia e di attribuire a san Giuseppe un’età quasi centenaria. L’incredibile successo di questa grottesca soluzione, che non risolve neppure l’esigenza più elementare, ossia quella di tutelare l’onore della madre e del figlio, di primaria importanza in ogni matrimonio, è solo spiegabile con la debole fiducia dell’uomo nella grazia di Dio.

Giovanni Paolo II rileva giustamente che «è il caso di supporre, invece, che Giuseppe non fosse allora un uomo anziano, ma che la sua perfezione inferiore, frutto della grazia, lo portasse a vivere con affetto verginale la relazione sponsale con Maria» (Allocuzione, 21 agosto 1996).  Alla difficoltà, sollevata anche in campo mariologico, che oppone alla verginità di san Giuseppe il fatto del suo matrimonio con Maria per ridurla ad un vago desiderio, ad un consenso generale ed implicito all’uso del matrimonio ovvero ad un voto condizionato, san Bonaventura, fondato su un altro dato di fatto, ossia che «Deus nolebat Virginem copulari carnaliter viro», contrappone il principio che «hoc totum quod in illo matrimonio gestum est, familiari consilio Spiritus Sancti est factum» (IV Sent., dist. 30, a. 1, q. 23).

H. Wierix, + 1604

H. Wierix, + 1604

Giovanni Paolo II conferma che «la spirituale intensità dell’unione e del contatto tra le persone – dell’uomo e della donna – provengono in definitiva dallo Spirito Santo, che dà la vita (cf. Gv 6,63)» (RC, n. 19); facendo proprio il pensiero di sant’Agostino e di san Tommaso, egli aggiunge che «si tratta di due amori — quello sponsale e quello verginale – che rappresentano congiuntamente il mistero della Chiesa, vergine e sposa, la quale trova nel matrimonio di Maria e Giuseppe il suo simbolo» (RC, n. 20). Dio ha voluto che Giuseppe fosse uno sposo “degno” di Maria.

Fuga in Egitto, Anonimo, sec. XVIII, Cusco, Perù

 

4.Partecipazione all’ordine dell’unione ipostatica

 

La missione di san Giuseppe

Avendo Dio prestabilito la realizzazione dell’incarnazione del Verbo, ossia l’unione ipostatica, nello schema dell’istituzione del matrimonio e della famiglia, san Giuseppe rientra a giusto titolo in questa disposizione, essendo stato divinamente prescelto a essere in tale matrimonio lo sposo e di quella famiglia il padre e il capo. Questo fu il suo ufficio e la sua missione.  Nel piano di Dio, san Giuseppe è destinato agli stessi fini della maternità divina e dell’incarnazione del Verbo.

“San Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della redenzione ed è veramente ‘ministro della salvezza’” (Redemptoris Custos, n.8).

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Il depositario del mistero di Dio

Charles Le Brun, 1655ca.,La benedizione

C. Le Brun, 1655ca., La benedizione

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A Giuseppe è stato, innanzi tutto, confidato il mistero. «Quale, dunque, il valore del segreto che viene confidato da una parte altissima! Qui il segreto è cominciato dalla SS.Trinità, qui si contiene il segreto di Dio nascosto nelle profondità della divinità, della Trinità, negli infiniti, negli impenetrabili misteri del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: è il mistero, il segreto della divina incarnazione, della redenzione che la divina Trinità rivela all’uomo. Veramente più in alto non si può andare.

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Anonimo, sec. XVIII, Lima

Siamo nell’ordine della redenzione, dell’incarnazione, nell’ordine della ipostatica unione, della personale unione di Dio con l’uomo! E in quest’attimo che il cenno di Dio ci invita a considerare l’umile e grande Santo, è in quest’attimo che egli detta la parola che spiega tutto nei rapporti tra san Giuseppe e tutti i grandi profeti e tutti gli altri grandi santi, anche quelli che hanno avuto elevati uffici pubblici come gli apostoli: nessun’altra celebrità può superare quella di avere avuto la rivelazione della unione ipostatica del Verbo divino (Pio XI, 19 marzo 1935). All’affidamento del mistero corrisponde la missione: «Questa missione unica, grandiosa, la missione di custodire il Figlio di Dio, il Re del mondo, la missione di cooperare, unico chiamato a partecipare alla consapevolezza del grande mistero nascosto ai secoli, alla incarnazione divina e alla salvezza del genere umano» (Pio XI, 19 marzo 1928).

Giovanni Paolo II dedica un intero capitolo a san Giuseppe, considerato «come il depositario del mistero di Dio» (RC, nn. 4-16).

H. de la Mère de Dieu, 1630, oggi nella chiesa parrocchiale di Crans, proveniente dal Deserto di Marlogne (Belgio)

H. de la Mère de Dieu, 1630, oggi nella chiesa parrocchiale di Crans, proveniente dal Deserto di Marlogne (Belgio)

 

5. Partecipazione ai misteri di Cristo

 La teologia di san Giuseppe

Gesù si affida a Giuseppe, 1884. Galard et Fils (Marsiglia), Kirkop, Malta

San Giuseppe non è una figura marginale nella storia della salvezza. Giovanni Paolo II ne evidenzia il ruolo nella fase culminante: «Egli divenne un singolare depositario del mistero “nascosto da secoli nella mente di Dio” (cf. Ef 3,9), come lo divenne Maria, in quel momento decisivo che dall’Apostolo è chiamato “la pienezza del tempo”»; «Di questo mistero Giuseppe è insieme con Maria il primo depositario. Insieme con Maria — ed anche in relazione a Maria – egli partecipa a questa fase culminante dell’autorivelazione di Dio in Cristo, e vi partecipa fin dal primo inizio» (RC, n. 5). «Proprio a questo mistero Giuseppe di Nazaret “partecipò” come nessun’altra persona umana, ad eccezione di Maria, la Madre del Verbo Incarnato. Egli vi partecipò insieme con lei, coinvolto nella realtà dello stesso evento salvifico, e fu depositario dello stesso amore, per la cui potenza l’eterno Padre ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo (Ef 1, 5)» (RC, n. 1).   L’esercizio della paternità si identifica e si trasforma in san Giuseppe in un ministero di salvezza: «San Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della redenzione ed è veramente “ministro della salvezza”» (RC, n. 8).

Poiché nell’economia dell’Incarnazione e della Redenzione la presenza di Giuseppe è insostituibile e ne costituisce parte integrante, l’esistenza di una «teologia di san Giuseppe» deve essere fuori discussione, perché legittima e necessaria. Non c’è nessun dubbio, infatti, che la presenza e la missione di san Giuseppe «ad sacram doctrinam pertinent», secondo il pensiero di san Tommaso (S. Th., I, q. 1 ad 2). Il silenzio su san Giuseppe si traduce, conseguentemente, in silenzio sui misteri dell’incarnazione e della redenzione.

 

Tutta la vita di Cristo è mistero

V. Civita, 1790ca, Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione, Ascoli Piceno

Entriamo qui nel cuore dell’esortazione apostolica Redemptoris Custos. Essa evidenzia quella funzione cristocentrica che ha meritato e garantito la presenza di san Giuseppe nella predicazione apostolica testimoniata dai Vangeli. Essendo il ruolo di san Giuseppe strettamente «ministeriale», il riconoscimento della sua importanza nella storia della salvezza dipende dalla misura in cui si fa coincidere il mistero dell’incarnazione con quello della redenzione; dipende, inoltre, dalla misura in cui si riconosce l’efficacia e il significato di tutti i misteri della vita di Cristo; dipende, infine, dalla misura in cui si comprende la realtà dell’umanità di Cristo, strumento efficace della divinità in ordine alla santificazione degli uomini. Come misconoscere questa interdipendenza? Una vera Cristologia non può ignorare san Giuseppe, a cominciare dal titolo stesso di Cristo, come chiaramente appare in san Matteo. L’umanità di Cristo, inoltre, percorre, per purificarla e santificarla, tutta «la via» dell’uomo, che passa attraverso la coppia, il matrimonio, la famiglia, la maternità, la paternità, inconcepibili senza san Giuseppe. La paternità di san Giuseppe, infine, si esercita attraverso gesti concreti, come l’accoglienza del concepito, l’iscrizione di Gesù all’anagrafe, l’imposizione del nome, la circoncisione, la presentazione al tempio, la protezione, il sostentamento, l’educazione, il lavoro. In tutti questi «misteri della vita di Cristo», testimoniati nei Vangeli e celebrati nella Liturgia, san Giuseppe, come «figlio di Davide, sposo e padre», è stato l’indispensabile «minister». E’ quanto afferma san Giovanni Crisostomo, definendo san Giuseppe: «il ministro di tutta l’economia del mistero».

Facciata della chiesa di S. Francesco Saverio, 1762, Tepotzotlan (Messico)

 

6. Grandezza e dignità

Una posizione privilegiata

Dalla posizione di san Giuseppe in ordine all’unione ipostatica è facile dedurre il carattere del tutto singolare della sua dignità, la quale, anche se non raggiunge quella della Madre di Dio, vi si avvicina, tuttavia, più che quella di qualsiasi altro santo. Poiché la perfezione e la dignità di una creatura si valutano in relazione a Dio, quanto più una persona sta intimamente unita a Dio, fonte di ogni perfezione, tanto più grande sarà la sua dignità ed eccellenza (cf. Summa Theologiae, I-II, q. 98, a. 5 ad 2; II-II, q. 186, a. 1). Infatti, se «coloro che Dio elegge per qualche missione, li prepara e dispone in modo che siano ad essa idonei» (III, q. 27, a. 4 in c. e a.5 ad 1), «quanto più una cosa si avvicina al principio, tanto più partecipa all’effetto di quel principio» (ibidem, a. 5 in c.).

Gloria di san Giuseppe, Sant'Isidoro degli Irlandesi, Roma

Gloria di san Giuseppe, Sant’Isidoro degli Irlandesi, Roma

«Colui che, eletto a sposo della Vergine Madre di Dio, fu partecipe della sua dignità col vincolo coniugale; colui che il Figlio di Dio volle che fosse suo custode e fosse stimato suo padre; colui che fu a capo della divina casa in terra con quasi la “patria potestas” e ha la Chiesa affidata alla sua fiducia e custodia, eccelle di tanta grandezza, da dover essere onorato con  ogni ossequio» (Leone XIII, 28 gennaio 1890).

Sposo e padre

Rosso Fiorentino, 1523,  San Lorenzo, Firenze

Leone XIII riconosce in san Giuseppe una «doppia dignità». «Perché san Giuseppe fu lo sposo di Maria e il padre, com’era ritenuto, di Gesù Cristo, deriva di qui ogni sua dignità, grazia, santità e gloria. La dignità di Madre di Dio è certamente così eccelsa, che non si può immaginare nulla di più grande; ma tuttavia, poiché esisteva tra Giuseppe e la B. Vergine il vincolo matrimoniale, non c’è dubbio che egli si sia avvicinato più di qualsiasi altro a quella altissima dignità mediante la quale la Madre di Dio sorpassò immensamente tutte le altre creature… Se Dio alla Vergine diede Giuseppe come sposo, fece in modo che egli fosse partecipe, mediante il legame coniugale, della sua eccelsa dignità… Così pure egli eccelle tra tutti a motivo della sua augustissima dignità, perché per decreto divino fu custode e, nell’opinione degli uomini, padre del Figlio di Dio. Donde conseguiva che il Verbo di Dio modestamente si assoggettasse a Giuseppe, gli obbedisse e gli prestasse quell’onore e quella riverenza che debbono i figli al loro padre» (QP).

Murillo, fuga

B. E. Murillo, + 1682, Fuga in Egitto

Pio XI descrive così la dignità di san Giuseppe: «Giuseppe è unico tra i Santi, unico nella gloria come nei rapporti tra lui e la Persona di nostro Signore Gesù Cristo e Maria Santissima: custode della verginità di Maria, custode della divinità di Gesù, provveditore dei loro bisogni, difensore, per essi, da tutti i pericoli, da tutte le difficoltà» (19 marzo 1936).

La predicazione della Chiesa apostolica ha sommamente onorato san Giuseppe con i prestigiosi titoli di padre di Gesù, sposo di Maria, figlio di Davide e con l’attributo di «giusto». Non esiste nessuno né in terra né in cielo, eccetto Maria, che possa vantare qualifiche superiori. La Chiesa post-apostolica, a sua volta, non solo conserva a san Giuseppe questi titoli, ma altri ne aggiunge, riconoscendone il patrocinio universale.

 

 

Titoli di san Giuseppe

Dai documenti pontifìci ricaviamo i seguenti titoli attribuiti a san Giuseppe:

Arte coloniale, sec. XVIII, Guatemala

purissimo, casto, immacolato e fedele sposo della Immacolata Vergine Maria, ammirabile padre putativo del Figlio Unigenito di Dio, custode, educatore e padre del Figlio di Dio, guardiano, protettore, economo sicuro e vigilante capo della santa Famiglia, prediletto della fiducia divina, uomo santissimo, giusto, maestro, guida, protettore e custode della Chiesa, Signore e principe della casa e possessione di Dio, patriarca, efficacissimo protettore dei moribondi, modello e patrono dei lavoratori cristiani.

L’esortazione  apostolica Redemptoris Custos di Giovanni Paolo II, esponendo la missione di san Giuseppe, lo descrive come il custode del Redentore; l’uomo giusto che porta in sé tutto il patrimonio dell’Antica Alleanza; colui al quale Dio affidò la custodia dei suoi tesori più preziosi; il più vicino possibile a Cristo; depositario dello stesso amore dell’eterno Padre; introdotto nel mistero della maternità di Maria; ministro della salvezza; primo e singolare depositario del mistero divino, al quale partecipò come nessun’altra persona umana, ad eccezione di Maria; il primo a partecipare alla fede della Madre di Dio, alla cui dignità egli si avvicinò quanto mai nessun altro; testimone privilegiato della venuta del Figlio di Dio nel mondo, dell’adorazione dei pastori e dell’omaggio dei magi; colui che Dio ha scelto per essere l’ordinatore della nascita del Signore; colui che ha avuto l’incarico di provvedere all’inserimento ordinato del Figlio di Dio nel mondo; colui alla cui premurosa custodia Dio ha affidato gli inizi della nostra redenzione e tutta la vita nascosta di Gesù.

Melchior-Paul Deschwanden, Gesù ritrovato nel tempio, 1876

Melchior-Paul Deschwanden, Gesù ritrovato nel tempio, 1876

 

 

7. Santità

 Assolutamente incomparabile santità

P. Dalle Ceste, Santuario di San Giuseppe, Imperia

P. Dalle Ceste (+1974), Santuario di San Giuseppe, Imperia

Pio XI addita nella grandezza del suo mandato (vegliare sulla purezza di Maria, custodire la divinità di Gesù, tutelare il mistero della redenzione) «la singolare e assolutamente incomparabile santità di san Giuseppe; perché veramente a nessun’altra anima, a nessun altro santo tale mandato fu affidato, e tra san Giuseppe e Dio non vediamo né possiamo vedere che Maria Santissima con la sua divina maternità» (21 aprile 1926).

«Giuseppe fu l’uomo privilegiato da Dio e fu fatto degno, a forza di grazie, di tutti i doni necessari, appunto per ricevere tale fiducia. Fu la grande liberalità di Dio; si tratta di uno di quei casi nei quali Iddio commisura appunto ai grandi favori che vuoi fare le sue grazie» (19 marzo 1935).

Collezione privata, Avila (Spagna)

 

Servo per amore

J. Ruffini (+2011), Monastero della Trinità, Monaco di Baviera

Paolo VI insegna che san Giuseppe ha trovato la logica e la forza di mettersi subito a disposizione dei disegni divini nella «sua insondabile vita interiore». I colloqui dell’angelo con Giuseppe nel sonno significano che Giuseppe «aveva un dettato della volontà di Dio che si anteponeva alle sue azioni». L’adesione di san Giuseppe alla volontà di Dio è caratterizzata da «una stupenda docilità, una prontezza eccezionale di obbedienza e di esecuzione». Giuseppe «lancia se stesso nell’ossequio alla parola a lui detta» (19 maggio 1968).

San Giuseppe è considerato da Benedetto XV come la via più breve della santità: «Per mezzo di Giuseppe siamo condotti direttamente a Maria e mediante Maria alla fonte di ogni santità, Gesù» (25 luglio 1920).

 

 

Una vita di servizio

Dal momento in cui l’angelo rivela a san Giuseppe il suo ministero (Mt 1,21), la sua vita non ha altro senso e ragione che quella del servizio del Bambino, cui era affidata la redenzione. Paolo VI è molto espressivo in proposito: «San Giuseppe mise subito a disposizione dei disegni divini la sua libertà, la sua legittima vocazione umana, la sua felicità coniugale, accettando della famiglia la condizione, la responsabilità e il peso, e rinunciando per un incomparabile virgineo amore al naturale amore coniugale che la costituisce e la alimenta, per offrire così con  sacrifìcio totale tutta la sua esistenza alle imponderabili esigenze della sorprendente venuta del Messia» (19 marzo 1969).

La caratteristica di san Giuseppe è “l’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrifìcio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; l’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; l’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e d’ogni sua capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa» (19 marzo 1966).

Giovanni Paolo II sviluppa, inoltre, i seguenti aspetti: san Giuseppe ebbe amorevole cura di Maria, alla quale fece il dono sponsale di sé, rispettandone l’esclusiva appartenenza a Dio; si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù; avvicinò il lavoro umano al mistero della redenzione; esemplarmente servì il Redentore, facendo di tutta la sua esistenza il sacrifìcio totale alle esigenze della venuta del Messia nella propria casa; in modo maturo servì e partecipò all’economia della salvezza; dimostrò una disponibilità di volontà, simile a quella di Maria; rimase fedele fino alla fine alla chiamata di Dio, distinguendosi per la fedele esecuzione dei comandi di Dio (RC).

 

Il padre della grande carità

Duilio Corompai (+1952), Cattedrale,Vittorio V.

Stando così le cose, Pio XI, riservando a san Giuseppe il titolo di «padre della grande carità», poteva additarlo, nella descrizione evangelica del giudizio universale, per una sua particolarità: «Insieme a Maria, la particolarità di san Giuseppe sarà, in quell’ultimo giorno, di non dire nulla, di non rispondere, di non poter replicare, interrogando, alla constatazione suprema del Giudice divino. Giacché quando il Signore dirà la grande spiegazione dell’eterno premio dei giusti, unico, tra questi, san Giuseppe non risponderà con espressione di meraviglia. E stato molto bene pensato e detto che, in mezzo a tutto quel generale stupore, uno solo non rimarrà affatto meravigliato: san Giuseppe, il quale si troverà nella verità vissuta ed esperimentata. San Giuseppe alle affermazioni del Figlio di Dio, allorché il Signore gli ricorderà che aveva avuto fame e gli aveva dato da mangiare, aveva avuto sete e lo aveva dissetato, era spoglio e lo aveva rivestito, risponderà: “E vero, o Signore; è tutto vero”» (19 marzo 1936).

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P. Banella, 1988, Villa Chaminade, Verbania-Pallanza

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8. Culto

Il culto particolare che la Chiesa riserva a san Giuseppe è giustificato dai titoli che gli sono ufficialmente riconosciuti dai Vangeli. Pio IX afferma: «Per la sublime dignità, che Dio conferì a questo servo fedelissimo, la Chiesa venerò sempre e con sommi onori e lodi il beatissimo san Giuseppe, dopo la Vergine, Madre di Dio e sua sposa, e implorò la sua mediazione nei momenti diffìcili» (Quemadmodum Deus). Ancora: «La Chiesa onora con il culto più alto e venera con profonda riverenza san Giuseppe glorificato e onorato nei cieli, da Dio onnipotente arricchito e ripieno di grazie del tutto uniche in esecuzione dei doveri del suo sublime stato» (Inclytum Patriarcham).

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Le Due Trinità

Le Due Trinità, C. Dolci, 1630 ca.

Leone XIII ritiene “essere sommamente conveniente che il popolo cristiano si abitui a pregare con singolare devozione e animo fiducioso, insieme alla Vergine Madre di Dio, il suo castissimo sposo san Giuseppe; il che debba alla stessa Vergine tornare accetto e caro». Di conseguenza, «poiché è di tanto rilievo che il suo culto metta profonde radici nelle cattoliche istituzioni e nei costumi, vogliamo che il popolo cristiano anzitutto dalla nostra voce e autorità riceva nuovo impulso» (Quamquam pluries).  Tanta insistenza è costantemente giustificata dalla dignità di san Giuseppe: «Colui che, eletto a sposo della Vergine Madre di Dio, fu partecipe della sua dignità con il vincolo coniugale; colui che il Figlio di Dio volle che fosse stimato suo padre; colui che fu a capo della divina casa in terra con quasi la “patria potestà” e ha la Chiesa affidata alla sua fiducia e custodia, eccelle di tanta grandezza, da dover essere onorato con ogni ossequio» (Quod paucis abhinc).

E finalmente, Giovanni XXIII, «che nutriva una grande devozione per san Giuseppe, stabilì che nel Canone Romano della Messa, memoriale perpetuo della redenzione, fosse inserito il suo nome accanto a quello di Maria, e prima degli Apostoli, dei Sommi Pontefici e dei Martiri» (RC, n. 6). Il Concilio Vaticano II ha accolto questa storica disposizione (LG, n. 50), la cui importanza è stata richiamata anche da Giovanni Paolo II: «Nel sacrificio eucaristico la Chiesa venera la memoria anzitutto della gloriosa sempre Vergine Maria, ma anche del beato Giuseppe, perché “nutrì colui che i fedeli dovevano mangiare come pane di vita eterna”» (RC, n. 16; cf. n. 6).

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F. Verri, Santuario di Caravaggio, S. Vito di Valdobbiadene, Treviso

 

9. Patrocinio

 

Chiesa universale

Visitazione, Kenilwoth, Illinois

Visitazione, Kenilworth, Illinois

II Patrocinio di san Giuseppe sulla Chiesa universale fu proclamato da Pio IX l’8 dicembre 1870. Benedetto XV assicura di essere «pieno di confidenza nel patrocinio di colui alla cui provvida vigilanza Dio si compiacque affidare il suo Figlio Unigenito e la Vergine Santissima» (25 luglio 1920). Secondo Leone XIII il fondamento teologico del patrocinio di san Giuseppe è costituito «dall’essere egli sposo di Maria e padre putativo di Gesù… La casa divina, che Giuseppe governò con quasi paterna potestà, conteneva i princìpi della Chiesa nascente… Ne deriva quindi che il beato Patriarca senta come affidata a sé, per una certa singolare ragione, tutta la moltitudine dei cristiani di cui consta la Chiesa… sulla quale gode di quasi paterna autorità, perché è sposo di Maria e padre di Gesù Cristo» (Quamquam pluries).

G.Rollini, Patrocinio, 1893, Basilica S. Cuore – Roma

Lo stesso Sommo Pontefice elenca i titoli che san Giuseppe possiede, come garanzia della sua missione sulla Chiesa: «Procurò con sommo amore e costante sollecitudine di vigilare sulla sposa e la sua divina prole; procurò di acquistare col suo lavoro le cose necessarie al sostentamento e al vestito di entrambi; salvò la loro vita dal pericolo sorto per causa dell’invidia di un re, cercando rifugio per la loro sicurezza; nei disagi del viaggio e nelle amarezze dell’esilio fu il compagno costante, l’aiuto, il consolatore della Vergine e di Gesù» (Quamquam pluries).

«Ancora oggi – scrive Giovanni Paolo II — abbiamo perduranti motivi per raccomandare a san Giuseppe ogni uomo» (RC, n. 31). «Questo patrocinio deve essere invocato ed è necessario tuttora alla Chiesa non soltanto a difesa contro gli insorgenti pericoli, ma anche e soprattutto a conforto del suo rinnovato impegno di evangelizzazione nel mondo e di rievangelizzazione in quei “paesi e Nazioni, dove – come ho scritto nell’esortazione apostolica Christifideles laici – la religione e la vita cristiana erano un tempo quanto mai fiorenti”, e che “sono ora messi a dura prova”.

Per portare il primo annuncio di Cristo o per riportarlo laddove esso è trascurato o dimenticato, la Chiesa ha bisogno di una speciale “Virtù dall’Alto” (cf. Lc 24,39; At 1,8), donazione certo dello Spirito del Signore non disgiunta dall’intercessione e dall’esempio dei suoi Santi» (RC, n. 29).

Davanti ai gravi impegni che la circondano, la Chiesa, nella misura in cui maggiormente sente la propria inadeguatezza, ricorre alla sicura protezione di san Giuseppe: «Protettore lo vuole la Chiesa — affermava Paolo VI — per l’incrollabile fiducia che colui, al quale Cristo volle affidata la protezione della sua fragile infanzia umana, vorrà continuare dal cielo la sua missione tutelare a guida e difesa del Corpo mistico di Cristo medesimo, sempre debole, sempre insidiato, sempre drammaticamente pericolante» (19 marzo 1969).

Valdés Leal, 1680-84, La bottega di san Giuseppe

Valdés Leal, 1680-84, La bottega di san Giuseppe

 

Intercessione onnipotente

Leone XIII esorta «tutti i cristiani di qualsiasi condizione e stato ad affidarsi e abbandonarsi all’amorosa tutela di san Giuseppe» (Quamquam pluries), la cui intercessione presso Dio viene da Pio XI definita come «onnipotente»: essa è, infatti, l’intercessione dello sposo, del padre putativo, del capo di casa della famiglia di Nazaret (19 marzo 1938).  Lo stesso Pio XI indica nell’altezza del mandato dato da Dio a san Giuseppe il «titolo a quella gloria che è sua, la gloria di Patrono della Chiesa universale. Tutta la Chiesa, infatti, già era là presso di lui, riassunta come in germe, già fecondo nell’umanità e nel sangue di Cristo Gesù; tutta la Chiesa era là nella verginale maternità di Maria Santissima madre di Gesù e madre di tutti i fedeli, che ai piedi della croce avrebbe ereditato nel sangue del primo suo figlio Gesù. Così piccola alla vista degli occhi, ma così grande allo sguardo dello spirito, la Chiesa era già là presso san Giuseppe, quando egli era nella santa Famiglia il custode, il padre tutelare» (21 aprile 1926).

Il popolo cristiano ebbe sempre vivo in sé il sentimento del patrocinio di san Giuseppe e la proclamazione solenne a patrono della Chiesa universale non ne fu che la massima espressione. E quanto appare da tutta la storia del culto al Santo.

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Gloria di san Giuseppe, Anonimo, sec. XVII, Tepotzotlan (Messico)

 

Categorie particolari

II patrocinio di san Giuseppe viene invocato in modo particolare per l’infanzia, gli orfani e gli educatori, per le anime che si trovano o aspirano alla perfezione, per i vergini, per la gioventù, per le vocazioni sacerdotali, per gli sposi, per le famiglie cristiane, per i poveri, per i bisognosi di alloggio, ossia i profughi, gli emigranti e gli esiliati, per gli operai in genere e segnatamente per i falegnami, gli artigiani e i carradori, per i tentati, per le situazioni dubbie, per le malattie degli occhi, per i necrofori e, infine, per i morenti, dei quali è il più efficace protettore.

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F. Lafond, 1896, Nazaret

 

10. Esemplarità

Il tipo del Vangelo

Gloria di san Giuseppe, Arenzano (Genova)

Paragonando san Giuseppe alla lampada domestica, che diffonde i suoi raggi benefìci nella «casa di Dio», la Chiesa, Paolo VI afferma che egli «la rischiara del suo incomparabile esempio, quello che caratterizza il santo tra tutti fortunato per tanta comunione di vita con Gesù e con Maria, quello cioè del suo servizio a Cristo, del suo servizio per amore. Questo è il segreto della grandezza di san Giuseppe, che ben si accorda con la sua umiltà… Se mai a qualcuno si conviene questa insegna evangelica, che fa la gloria di Maria, la profetessa del “Magnificat”, quella del Precursore, quella, si può dire d’ogni santo: “servire per amore”, a san Giuseppe la dobbiamo attribuire, il quale ci appare da essa rivestito, come del profilo che lo definisce, come dello splendore che lo glorifica: servire Cristo fu la sua vita, servirlo nella dedizione più completa, servirlo con amore e per amore» (19 marzo 1966).

Egli è stato un uomo «impegnato», «tutto per Maria… e per Gesù»; «san Giuseppe è il tipo del Vangelo che Gesù annuncerà come programma per la redenzione dell’umanità; è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; è la prova che per essere buoni e autentici seguaci di Cristo non occorrono grandi cose, ma bastano e occorrono virtù comuni, umane, semplici, ma vere e autentiche» (19 marzo 1969).

Jacinto de Espinosa, 1640-1660

Jacinto de Espinosa, 1640-1660

Leone XIII addita san Giuseppe come modello dei singoli stati del popolo cristiano: «In Giuseppe hanno i padri di famiglia il più sublime modello di paterna vigilanza e provvidenza; i coniugi un perfetto esemplare d’amore, concordia e fedeltà coniugale; i vergini un tipo e difensore insieme della integrità verginale. I nobili imparino da lui a conservare anche nella avversa fortuna la loro dignità e i ricchi intendano quali siano quei beni che è necessario desiderare. I proletari e gli operai e quanti in bassa fortuna debbono da lui apprender ciò che hanno da imitare» (Quamquam pluries).

Per Giovanni XXIII, «san Giuseppe offre esempio di attraente disponibilità alla divina chiamata, di calma in ogni evento, di fiducia piena, attinta da una vita di sovrumana fede e carità, e dal gran mezzo della preghiera» (17 marzo 1963).

 

Lavoro e contemplazione

J. Schnorr von Carolsfeld, 1860

J. Schnorr von Carolsfeld, 1860

Il lavoro non è separabile da san Giuseppe. Esso ne ha talmente caratterizzato la vita da determinarne la categoria sociale, da lui trasmessa a Gesù, denominato «fìlius fabri» (Mt 13,55; Mc 6,3). L’importanza del lavoro nella vita umana è tale da richiedere di essere assunto nel mistero dell’incarnazione. «Insieme all’umanità del Figlio di Dio esso è stato accolto nel mistero dell’incarnazione, come esso è stato in particolare modo redento». Giovanni Paolo II evidenzia in questo contesto il ministero salvifico di san Giuseppe: «Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della redenzione» (RC, n. 22).

Melchior Perez Holguin, 1724

Melchior Perez Holguin, 1724

Riproponendo l’esempio di Giuseppe ai lavoratori, Pio XII sottolineava che egli era stato il santo nella cui vita era penetrato maggiormente lo spirito del Vangelo. Se questo spirito, infatti, affluisce dal cuore dell’Uomo-Dio in tutti gli uomini, «è pur certo che nessun lavoratore ne fu mai tanto perfettamente e profondamente penetrato quanto il padre putativo di Gesù, che visse con lui nella più stretta intimità e comunanza di famiglia e di lavoro» (1° maggio 1955). «Non vi è mai stato un uomo così vicino al Redentore per vincoli domestici, per quotidiani rapporti, per armonia spirituale e per la vita divina della  grazia, come Giuseppe, della stirpe di David, ma pur umile lavoratore manuale» (Allocuzione, 7 settembre 1947).

G. Wueger, 1892, Beuron (Germania)

Modello dei lavoratori, san Giuseppe non lo è meno di coloro che si dedicano alla vita contemplativa, come lo prova santa Teresa di Gesù, la grande riformatrice del Carmelo contemplativo. Paolo VI ne sottolinea, infatti, la «insondabile vita interiore» (19 marzo 1969). San Giuseppe non poteva non agire in «un clima di profonda contemplazione», a motivo del suo «quotidiano contatto col mistero “nascosto da secoli”, che “prese dimora” sotto il tetto di casa sua» (RC, n. 25).

Giovanni Paolo II, dopo aver notato che «le anime più sensibili agli impulsi dell’amore divino vedono a ragione in san Giuseppe un luminoso esempio di vita interiore» spiega come «l’apparente tensione tra la vita attiva e quella contemplativa trova in lui un ideale superamento, possibile a chi possiede la perfezione della carità. Seguendo la nota distinzione tra l’amore della verità e l’esigenza dell’amore, possiamo dire che san Giuseppe ha sperimentato sia l’amore della verità, cioè il puro amore di contemplazione della verità divina che irradiava dall’umanità di Cristo, sia l’esigenza dell’amore, cioè l’amore altrettanto puro del servizio, richiesto dalla tutela e dallo sviluppo di quella stessa umanità» (RC, n. 27).

E. Notte, 1953, Basilica S. Giovanni Bosco, Roma

E. Notte, 1953, Basilica S. Giovanni Bosco, Roma

 

Modello dell’obbedienza

Betty Gootee, Un apprendista eccezionale

Betty Gootee, Un apprendista eccezionale

Giovanni Paolo II propone all’intero popolo cristiano l’insigne esempio di san Giuseppe, perché esso «tenga sempre dinanzi agli occhi il suo umile, maturo modo di servire e di “partecipare” all’economia della salvezza. Ritengo, infatti, che il riconsiderare la partecipazione dello Sposo di Maria al riguardo consentirà alla Chiesa, in cammino verso il futuro insieme con tutta l’umanità, di ritrovare continuamente la propria identità nell’ambito di tale disegno redentivo, che ha il suo fondamento nel mistero dell’incarnazione» (RC, n. 1).

 L. Seitz, Cappella tedesca, Loreto

L. Seitz , Cappella del Coro o Tedesca (1892-1902), Loreto

Qual è l’identità della Chiesa nell’ambito della Redenzione? Il Papa la indica citando il Concilio Ecumenico Vaticano II, secondo il quale «l’atteggiamento fondamentale di tutta la Chiesa deve essere quello del “religioso ascolto della Parola di Dio”, ossia dell’assoluta disponibilità a servire fedelmente la volontà salvifica di Dio, rivelata in Gesù. Già all’inizio della redenzione umana troviamo incarnato il modello dell’obbedienza, dopo Maria, proprio in Giuseppe, colui che si distingue per la fedele esecuzione dei comandi di Dio» (RC, n. 30).

Bramantino, 1501-1503, National Gallery, Londra

Bramantino, 1501-1503, National Gallery, Londra

«Il Concilio Vaticano II ha di nuovo sensibilizzato tutti alle “grandi cose di Dio”, a quell’economia della salvezza, della quale Giuseppe fu speciale ministro. Raccomandandoci, dunque, alla protezione di colui al quale Dio stesso “affidò la custodia dei suoi tesori più preziosi e più grandi”, impariamo al tempo stesso da lui a servire l’”economia della salvezza”. Che san Giuseppe diventi per tutti un singolare maestro nel servire la missione salvifica di Cristo, compito che nella Chiesa spetta a ciascuno e a tutti: agli sposi ed ai genitori, a coloro che vivono del lavoro delle proprie mani o di ogni altro lavoro, alle persone chiamate alla vita contemplativa come a quelle chiamate all’apostolato» (RC, n. 32). L’insigne esempio di san Giuseppe, infatti, «supera i singoli stati di vita e si propone all’intera Comunità cristiana, quali che siano in essa la condizione e i compiti di ciascun fedele» (RC, n. 30).

Levieux Reynard, 1651, Musée Pierre, Villeneuve les Avignon

Levieux Reynard, 1651, Musée Pierre, Villeneuve les Avignon

Ne segue che, mentre gli altri Santi possono interessare solo questa o quella categoria o istituzione, la figura e la missione di san Giuseppe riguardano, invece, tutta la Chiesa e non solamente le persone o le istituzioni che ne portano il nome; a costoro competono, tuttavia, l’onore e l’onere, derivanti dal loro particolare titolo o carisma, di promuoverne nella Chiesa la conoscenza e la devozione.

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John Everett Millais, 1849, Tate Gallery, Londra

 

11. Vocabolario giuseppino

M.Rudloff, 1958,Couvent St. Marc, Suore di S. Giuseppe (Francia)

FIGLIO DI DAVIDE – È il titolo con il quale le folle acclamano Gesù, equivalente a quello di Messia, perché ne è la condizione. Il Messia, infatti, doveva essere un figlio di Davide, secondo la promessa fatta a Dio al vecchio re (cf. 2 Sam 7). Gesù, benché concepito per opera dello Spirito Santo, è genealogicamente figlio di Davide attraverso Giuseppe, ripetutamente definito figlio di Davide (Mt 1,20), della casa e della famiglia di Davide (Lc 1,27; 2,4).

GENEALOGIA – Ben due genealogie, quella di Matteo e quella di Luca, concordano, nonostante alcune notevoli divergenze, nell’inserire Giuseppe nella discendenza davidica. La Chiesa apostolica, pur sapendo che Gesù non era stato generato da Giuseppe, ne ha ugualmente dato la genealogia attraverso di lui, perché, essendo egli lo sposo di Maria, aveva con ciò stesso il titolo legale alla paternità. Di qui l’insistenza nel presentare lo stato civile dei due interessati: «Giuseppe, sposo di Maria» (Mt 1,16.19); «Essendo sua madre Maria sposata a Giuseppe» (v. 18); «vergine sposa di un uomo, chiamato Giuseppe» (Lc 1,27).

GENITORI – È proprio l’evangelista Luca, colui che mette in maggiore evidenza il concepimento verginale di Gesù (1,26-38), a definire espressamente Giuseppe e Maria «suo padre e sua madre» (2,33), ad accomunare entrambi nel titolo di «genitori» (vv. 27.41) e a mettere in bocca alla stessa Maria il riconoscimento della paternità di Giuseppe: «Tuo padre ed io… ti cercavamo» (2,48). Anche Filippo presenta Gesù a Natanaele come «il figlio di Giuseppe da Nazaret» (Gv 1,45) e gli stessi compaesani di Gesù sono convinti che egli è «il figlio del falegname» così come sua madre si chiama Maria (Mt 13,5 5).

GIUSTO – Poiché Maria «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo» (Mt 1,18), poteva Giuseppe ritenere ancora per sé Maria come sua sposa? Con quale diritto poteva egli dare il nome al bambino, concepito appunto «per opera dello Spirito Santo»? Non era, dunque, «giusto», di fronte all’intervento sovrano di Dio, separarsi da Maria e non attribuire a se stesso una paternità che non gli spettava? Sarà proprio contro questa duplice decisione che andrà l’ordine angelico, il quale impone a Giuseppe di tenere con sé la sposa Maria e di dare il nome al bambino. Siamo qui di fronte alla singolare vocazione di Giuseppe.

ICONOGRAFIA – Un elemento caratteristico dell’iconografìa di san Giuseppe è il bastone. Tuttavia, solo a quello «fiorito» va attribuito un significato teologico: il bastone «fiorito» richiama, infatti, il racconto della scelta divina del sommo sacerdote Aronne (cf. Nm 17,1-26).

Anonimo, sec. XVII, Scuola del Cusco (Perù)

Come Aronne era stato divinamente prescelto per la custodia del Tabernacolo, così ora Giuseppe è scelto direttamente da Dio per la custodia di un Tabernacolo ben più prezioso dell’antico. La trasformazione del bastone fiorito in un semplice bastone da viaggio o di sostegno, ovvero, più recentemente, in un giglio, riflette solo differenti preoccupazioni moralistiche.

MATRIMONIO DI MARIA E GIUSEPPE – «Se è importante per la Chiesa professare il concepimento verginale di Gesù, non è meno importante difendere il matrimonio di Maria con Giuseppe, perché giuridicamente è da esso che dipende la paternità di Giuseppe» (RC, n. 7). Si tratta del matrimonio più «vero», essendo l’unico che ha realizzato «in piena libertà» il «dono sponsale di sé» (RC, n. 7).

José de Alcìbar, ca. 1771, Il ministero di San Giuseppe, Museo Nacional de Arte, Città di Messico

José de Alcìbar, ca. 1771, Il ministero di San Giuseppe, Museo Nacional de Arte, Città di Messico

MINISTRO DELLA SALVEZZA – San Giuseppe è considerato «ministro della salvezza» perché nella «pienezza dei tempi» ha cooperato al grande mistero della Redenzione «servendo direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità» (RC, n. 8).

MISTERI DELLA VITA DI CRISTO – Sono considerati dalla  Sacra Scrittura e celebrati dalla Liturgia come «misteri» della vita di Cristo tutti quei «fatti» della vita terrena di Gesù, i quali o nel loro insieme (l’Incarnazione) o singolarmente, tanto nella vita nascosta come nella vita pubblica, hanno un particolare significato e valore salvifico.

El Greco, 1597-99, Museo de San Vicente, Toledo (Spagna)

PATERNITÀ DI GIUSEPPE – «La paternità di Giuseppe non deriva dalla generazione, ma non è, tuttavia, “apparente” o soltanto “sostitutiva” perché possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia» (RC, n.21). Luca non esita a chiamare Giuseppe padre di Gesù (cf. 2,27.33.41.44.48).

PUTATIVO – Premesso che nessun aggettivo può qualificare adeguatamente la paternità di san Giuseppe, che è «singolare», se la Chiesa si serve dell’espressione padre «putativo», ciò è dovuto al fatto che tale termine si trova nel Vangelo stesso, dove Luca scrive che Gesù «aveva quasi trent’anni ed era considerato (ossia ritenuto, in latino putabatur, da cui putativo) figlio di Giuseppe» (3,23). E’ vero che l’espressione viene spesso interpretata male, ma vale qui il principio: «L’abuso non toglie l’uso».

SANTA FAMIGLIA – La famiglia di Giuseppe, Maria e Gesù è assunta direttamente nel mistero dell’Incarnazione, dal momento che «insieme con l’assunzione dell’umanità, in Cristo è anche “assunto” tutto ciò che è umano e, in particolare, la famiglia, quale prima dimensione della sua esistenza in terra» (RC, n.21).

Incoronazione

Casa Lumen Maris, Ubatuba (Brasile)

SPOSO E SPOSA – Gli evangelisti sottolineano ampiamente che Giuseppe è sposo di  Maria e che Maria è sposa di Giuseppe (Mt 1,16.18.19.20.24; Lc 1,27; 2,5). La distinzione tra fidanzamento e matrimonio, introdotta nelle traduzioni e nei commenti per motivi prevalentemente morali, crea solo confusioni nell’interpretazione del racconto evangelico, che suppone e richiede in ogni caso l‘esistenza del vincolo coniugale per la discendenza davidica di Gesù.

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Monastero di San Paolo, Toledo (Spagna)

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